Emanuela Borzacchiello

CambiaMenti

I bambini del narcos

4 Marzo Mar 2014 1744 04 marzo 2014
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  Dentro: Non bisognerebbe mai dimenticarsi di giocare. Ci sono città in cui si ha così paura che i bambini non giocano più e si rinchiudono dentro casa con una TV sempre accesa. Ciudad de Juarez, Mexico 2014. Fuori: Di violenza sono morte più di 11mila persone dal 2008 ad oggi. Il Piano internazionale che doveva difenderle si chiamava: Plan México. Un piano organizzato tra Messico e Stati Uniti la cui parola chiave è stata: militarizzazione. Il Plan México ha dimostrato che più si militarizza un territorio, più la violenza non si ferma. Nel centro: Quando la città ti stritola di silenzio e la casa di solitudine, c’è chi ha ancora la fantasia di inventarne un’altra. Giovani e adolescenti che non avevano più di 20 anni, ma che non volevano arrivare ai 30 morti di paura, si sono organizzati e hanno pensato a una nuova casa in cui potessero reimparare a giocare i bambini che hanno visto uccidere i propri genitori, fratelli, amici. Organizzazione, pensiero e azione sono state le fondamenta dell’Organización Popular Independiente (OPI). E se i fili iniziano a ricomporsi succede che da casa nasce casa. La OPI non è sola, in Juarez c’è anche Casa Amiga, altra Ong che offre terapia agli orfani e alle vittime di violenza perchè non cadano in depressione, perchè non cerchino di vendicarsi da grandi.

Lupita ha dieci anni, è appena tornata da scuola. Ora di cena, intorno al tavolo tutta la famiglia. TV accesa. Scene di normale quotidianità, quella in cui se sei piccolo è indispensabile navigare, per avere terra ferma sotto i piedi che ti permetta di sentirti sicuro e crescere come una persona autonoma. Il campanello suona, ti alzi, apri la porta e il fuori della città entra dentro a frantumare sicurezze e prospettive. Entra la guerra dei trafficanti di droga e uccide tuo padre. “Un uomo giovane si avvicina e spara al mio papà. Io ho visto tutto. Poi gli ha aperto la bocca e ha continuato a sparargli. Ho visto l’assassino e lui mi ha vista. Tutte le notti ho paura. Dico a mia madre che chiuda la porta, che quet’uomo ritornerà per me e mi ucciderà”. Lupita dice che quando diventerà grande cercherà l’assassino di suo padre e gli sparerà. Lupita è una delle tante bambine rimaste orfane nella guerra tra i vari cartelli dei traficcanti di droga. Bambine e bambini: danni collaterali della guerra del narcos. Alle loro storie, alle loro vite per tanto tempo si è preferito non guardare, perchè anche loro si trovavano dalla parte sbagliata. Ma non guardando ci si è dimenticati che Lupita aveva solo dieci anni e non giocava più.

L’Organización Popular Independiente (OPI) e Casa Amiga hanno rivolto lo sguardo proprio laddove fà più paura per reinventare spazi e tempi. Spazi che hanno consistenza di casa e tempi che riaccendono gli stimoli giusti per il gioco.

Un giorno arriva a Casa Amiga: Boris (nome inventato) e inizia a raccontare: “Sono stato un sicario. Quando avevo dieci anni uccisero mio padre e la mia madrastra. Li uccisero e li incendiarono. La mia infanzia è stata piena di odio, sono stato violento con tutti. Quando avevo 17 anni ho ucciso per la prima volta. Quando cerco di ricordare perchè lo feci, mi deprimo. Poi arrivarono le cattive amicizie che mi dissero: bene, se l’hai fatto una volta puoi rifarlo ancora. Non lo facevo per il denaro. Mi importava di più il potere, il fatto che la gente mi riconoscesse e avesse paura di me”. Oggi Boris è uno dei volontari di Casa Amiga. Il potere imposto virilmente con la forza non lo ha mai aiutato a vivere senza uccidere e oggi cerca il ricnoscimento degli altri attraverso i canali dell’ascolto e della condivisione. Quando la violenza non ha fine, ci si abitua a vivere con il dolore. Molti non chiedono nenche più giustizia, perchè la priorità è di sopravivvere, perchè non si fidano più delle autorità. Se lo Stato non garantisce più giustizia, ci si sente più sicuri a rivolgersi a una Ong o una associazione che garantisca sicurezza e anonimato.

In un territorio di impotencia judicandi, apprendere una nuova pedagogia di libertà passa attraverso la visibilizzazione delle paure e delle violenze: “i bambini che arrivano da noi si sentono in colpa per le persone uccise. I perchè delle violenze vanno spiegati e accompagnati, essendo consapevoli che i silenzi spesso amplificano le assenze del genitore”. Spiega una delle operatrici di Casa Amiga. Per visibilizzare il primo passo è raccontare. La storia di queste organizzazioni che alla frontiera tra Messico e Stati Uniti accolgono e ascoltano i più piccoli, oggi, le racconta un documentario: Mataron a mi papá (Uccisero mio padre). Due cineasti indipendenti, Hoan Nguyen Manh y María Verza, hanno viaggiato lungo quella frontiera nel periodo dove i livelli di violenza avevano superato tutti i limiti: 2006-2011. Hanno roccolto le storie e visibilizzato il dolore. Senza vittimismo, ma con sguardo lucido e attento sottolineano l’importanza di offrire accoglienza e terapie prima di strumenti punitivi e coercitivi.