Paolo Venturi

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Viene prima la crescita economica o il welfare?

3 Settembre Set 2013 0936 03 settembre 2013
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Viene prima la crescita economica o il welfare?

Riconosciuto che tra welfare e crescita vi è una forte correlazione, cosa può dirsi del nesso causale: è la crescita causa del welfare oppure è vero il viceversa? Per dirla in altro modo, la spesa per il welfare va considerata consumo sociale oppure investimento sociale?

Come si sa, lo Stato sociale nella seconda metà del Novecento ha rappresentato un’istituzione volta al perseguimento di due obiettivi principali: per un verso, ridurre la povertà e l’esclusione sociale, ridistribuendo, per mezzo della tassazione, reddito e ricchezza e, per l’altro verso, offrire servizi assicurativi, favorendo un’allocazione efficiente delle risorse nel corso tempo. Semplificando, lo strumento escogitato è stato il seguente: i governi usino il dividendo della crescita economica per migliorare la posizione relativa di chi sta peggio senza peggiorare la posizione assoluta di chi sta meglio.

Tale convincimento si basa sul seguente schema di pensiero: la crescita economica ha come sottoprodotto inevitabile la disuguaglianza (un’idea questa assai antica e che J. Schumpeter ha espresso con la celebre metafora della distruzione creatrice: il capitalismo mentre distrugge crea e crea perché distrugge.

I risultati di questo modo di orientare le Politiche Sociali sono sotto gli occhi di tutti. Il vecchio Welfare State si dimostra oggi incapace di affrontare le sfide delle nuove povertà, è impotente nei confronti delle disuguaglianze sociali e l’Italia è ormai diventata un paese caratterizzato da una “mobilità a scartamento ridotto”: le persone collocate ai livelli bassi della scala sociale hanno oggi maggiori difficoltà di un tempo a portarsi sui livelli più alti. È questo un segno eloquente della presenza di vere e proprie trappole della povertà: chi vi cade non riesce più ad uscirne. Oggi, la persona inefficiente è spesso  tagliata fuori dalla cittadinanza, perché nessuno ne riconosce la proporzionalità di risorse. Quanto a dire che la persona inefficiente (o meno efficiente della media) ha minor titolo per partecipare al processo produttivo.

Come procedere allora nel disegno di un nuovo welfare?

Occorre de-strutturare e ricomporre una nuova visione, adeguata ai cambiamenti che una crisi entropica ha prodotto. Il cambiamento principale riguarda il superamento delle ormai obsolete nozioni sia di uguaglianza dei risultati (caro all’impostazione socialdemocratica) sia di uguaglianza delle posizioni di partenza (l’approccio favorito dalle correnti di pensiero liberali). Piuttosto si tratta di declinare la nozione di eguaglianza delle capacità (nel senso di A. Sen) mediante interventi che cerchino di dare risorse (monetarie e non) alle persone perché queste migliorino la propria posizione di vita. L’approccio seniano al benessere suggerisce di spostare il fuoco dell’attenzione dai beni e servizi che si intende porre a disposizione del portatore di bisogni alla effettiva capacità di questi di funzionare grazie alla loro fruizione. Questo significa che i “beni primari" (Rawls) sono mezzi per la libertà, ma non costituiscono la libertà stessa a causa della diversa capacità delle persone di “trasformare” i beni primari in effettivi spazi di libertà, di “fioritura umana”. Se le prestazioni sanitarie, assistenziali, educative, etc., per quanto di qualità sotto il profilo tecnico, non accrescono le possibilità di funzionamento per coloro ai quali sono rivolte, esse si rivelano inefficaci, e anche dannose, perché non aiutano di certo il processo di crescita (burocratizzano la relazione).

 In buona sostanza, occorre procedere in fretta e superare l’errato  convincimento in base al quale i diritti soggettivi naturali (alla vita, alla libertà, alla proprietà) e i diritti sociali di cittadinanza (quelli cui si rivolge il welfare) siano tra loro incompatibili e che per difendere i secondi sia necessario sacrificare o limitare i primi.

La crescita non  è  quindi, in sé, garanzia di benessere.

Per la semplice ragione che non è vero che la crescita aumenta il benessere per tutti. Non è vera cioè la leggenda che vuole che “una marea che sale solleva tutte le barche”: coloro che si trovassero impigliati nel fango, potrebbero venire sommersi quando la marea comincia ad alzarsi.

E’ quindi indispensabile per rigenerare una società più coesa e più equa distinguere fra politiche del ben-essere che mirano direttamente alla promozione delle condizioni di vita e quelle indirizzate alla promozione delle capacità. Le prime – si pensi ai servizi sanitari e assistenziali – intervengono sulle situazioni di bisogno immediato; le seconde – si pensi agli interventi in ambito scolastico e della ricerca – agiscono sulle cause che impediscono alle persone di produrre oppure di uscire dalle varie trappole della povertà oggi sempre di più causate da "scarsità relazionali". E' un fatto, infatti,  che oggi aumentano i contatti ma si vanno riducendo le relazioni interpersonali.