Guido Bosticco

Come parli?

Aperitivo, apericena o aperingiro?

7 Giugno Giu 2016 1325 07 giugno 2016
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«Ci facciamo un mulsum in piazza? Alle sette?». Forse Cicerone discuteva coi suoi colleghi, anche lui come molti di noi, davanti a un bicchiere. Per lui era di vino e miele e si beveva appena prima della gustatio, in sostanza la portata degli antipasti.

Insomma, un aperitivo, non un apericena, né un aperingiro (di tutto ci tocca sentire).

Grande tradizione italiana, se non fosse che la parola di per sé è disgustosa. Il suo significato è più o meno “ciò che apre le vie per l'eliminazione” (un apritivo, insomma). In altre parole, un prodotto che aiuti le secrezioni gastriche. Del resto è quel che deve fare. Solo che i piemontesi, anzi per la precisione il signor Antonio Benedetto Carpano, lo nobilitarono con un colpo di classe, nel nome e nel prodotto. L'aperitivo nacque infatti con il vermut, apparso per la prima volta in Piazza Castello, a Torino, nel 1786. Vino bianco e una trentina di erbe e spezie aggiunte. L'apritivo per eccellenza.

Poi dal prodotto ci si è spostati sul rito. Ed allora è arrivata la Happy Hour, felice invenzione del marketing made in UK, per indicare il periodo dei saldi che ogni sera offrono tutti i pub, sulle bibite.

In Spagna il rito è ancora più sentito, se possibile, ma porta il nome dell'accompagnamento del bere, cioè il cibo. E se diciamo tapas, diciamo prelibatezze e anche chiacchiere e banconi affollati e bicchieri su bicchieri e camminate sotto i portici o lungo le calli.

A proposito di calli, ma questa volta di casa nostra, la definizione più immanente, zen e filosofica dell'aperitivo è da ascriversi ai veneziani. Oltre ai cichéti, che corrispondono grossomodo alle tapas, nei bàcari tradizionali si ordina un'ombra di vino. Ebbene, qualcuno dice che sia l'ombra temporanea che concedeva il campanile di San Marco, sotto il quale si stava giusto il tempo di finire il bicchiere prima di dover spostare le sedie e seguire l'andamento del sole. Un'ombra è quindi un tempo e un gusto, nella più azzeccata delle sinestesie.

Un tempo come quello della merenda sinoira che, col mangiare e bere senza per forza sentirsi a cena, ci riporta in Piemonte, dove tutto nacque.