Marco De Ponte

De-pontificando

I DIRITTI. LE PERSONE. L'EUROPA.

6 Ottobre Ott 2014 1248 06 ottobre 2014
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In questi giorni sono tornati sull'isola siciliana i sopravvissuti e i parenti delle vittime che persero la vita in mare un anno fa. Il 3 ottobre 2013, 368 migranti morivano in mare a 500 metri dall’ingresso al porto di Lampedusa. L’allora Sindaco di Firenze, oggi premier Renzi twittò “l’Europa si svegli”. 

A Lampedusa in questi giorni si è pianto e ricordato. L'Italia è alla guida del Semestre Europeo. Ma l’Europa non si è ancora svegliata. Sicuramente non ha ancora trovato una politica unitaria e condivisa sulle migrazioni, sull’accoglienza: la questione di come gestire il “pianeta migrante” resta nella Ue di oggi un gioco delle parti al ribasso. Lo conferma il progetto Frontex Plus, il cui impegno e riuscita ancora una volta dipenderà dalla volontà e dalla risposta dei singoli Stati membri, sia in termini di partecipazione che di risorse destinate. 

Un anno dopo, quindi, l’Europa non è stata in grado di immaginare una politica condivisa. Lo slogan che il Comitato Tre ottobre ha scelto per la presenza a Lampedusa di questi giorni recita: “proteggere le persone, non i confini”. Ma il bilancio comunitario (quello 2007/2013)  vede sui 4 miliardi di euro stanziati, il 46% destinati al Fondo frontiere mentre solo il 21% al Fondo integrazione e un ancor più misero 17% al Fondo rifugiati. Difficile credere che la Ue sia in grado dispostare il focus dal controllo e prevenzione dei flussi, all’accoglienza e all’inclusione sociale. O che comprenda che per gestire il fenomeno migrazioni, biso­gna inve­stire di più nel par­te­na­riato allo svi­luppo e in azioni politiche che ristabiliscano l'equilibrio in aree di crisi, come la Libia e la Siria. 

Del resto anche lo stesso spazio di “solidarietà” è motivo di divisione in Europa. Lo sanno bene eritrei e siriani, che ad oggi non hanno nessuna intenzione di fermarsi in Italia perché appunto ottenere lo status di rifugiato in Svezia o in altro paese nordico, è ben altra cosa. E sulla solidarietà e l’accoglienza dell’Europa nei confronti dei popoli in fuga dalla guerra civile, spesso non c’è abbastanza chiarezza sui numeri:  su Avvenire, il 3 ottobre, lo ricordava anche il Presidente del Parlamento Europeo, Schulz, facendo notare come dei tre milioni di profughi, solo il 4% sia stato accolto in Ue a fronte di un milione ospitati in Libano (che da solo ne conta 5 milioni, di abitanti). 

Sempre Schulz scriveva che “la Ue necessita di persone, le ricerca per poi perderle, o farle rimanere nell’ombra.” Se ne riparlava l’altra sera con colleghi di diverse organizzazioni, al Cous Cous Festival sempre in terra siciliana. Nell’Europa “unita” anche la questione cittadinanza agli stranieri residenti, nati o cresciuti nel paese, è motivo di divisione o differente approccio. I criteri cambiano da uno Stato  membro all’altro. 

Un anno dopo Lampedusa, le “grandi rivoluzioni” europee non ci sono state, dicevamo. E non si è ancora usciti dalla prospettiva dell’emergenza, con misure concrete, invocate da più parti della società civile, come la predisposizione di percorsi sicuri e legali per chi cerca protezione, programmi di ammissione umanitaria e agevolazione dei ricongiungimenti familiari.

Sul fronte italiano qualcosa si è mosso: Mare Nostrum ha salvato delle vite ed è caduto quel monolite odioso della Bossi-Fini. Ma è pur vero che sul fronte dei diritti a chi vive e paga le tasse sul nostro territorio, nessun avanzamento c’è stato a livello legislativo. Pur essendoci stati piccoli passi verso politiche di una migliore inclusione, e nonostante i 18 disegni di legge presentati dalle varie formazioni politiche, la questione della cittadinanza agli stranieri residenti non è stata affrontata una volta per tutte. Bastia di Rovolon, il piccolo paese nel padovano spaccato in due sull’accoglienza di 10 (e dico 10 non 100) mamme profughe, è un po’ il simbolo di questa Italia spaccata ancora a metà. Un paese  che avrebbe tanto bisogno di una politica e una legislazione coraggiose che facilitino il disegno di una società accogliente e non perennemente spaventata.