Elisabetta Ponzone

DentroFuori

Il lavoro che ti rende libero. Dal carcere di Kabul alla condanna Ue

10 Gennaio Gen 2013 1347 10 gennaio 2013
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«Due passi per tre con le pareti dipinte di giallo per aumentare il livello d'ansia e la luce accesa giorno e notte. La finestra con le inferriate tappata da una lastra di ferro con solo una fessura da dove passava il gelo dell'inverno di Kabul. Due tavolacci per dormire in tre, con un prigioniero che a turno doveva distendersi sul pavimento. Questa era la mia cella a Kabul nel 1987 quando l'Armata rossa occupava l'Afghanistan».

Me lo ricorda l’amico Fausto Biloslavo, condannato a sette anni di carcere di massima sicurezza perché colpevole di essere entrato in Afghanistan da giornalista senza visto al seguito di una colonna di mujaheddin, con il collega Ettore Mo del Corriere della Sera. Allora lavoravamo insieme. Ettore aveva chiamato dal confine :«Fausto non ce l’ha fatta! L’hanno pizzicato, siamo caduti in un’imboscata». I giornali italiani tacevano. Era un free lance, giovane, indipendente. Poi Time gli ha dedicato una copertina, Najibullah (il presidente afghano) dopo sette mesi gli ha concesso la grazia e Fausto è tornato a casa. Un po’ rotto, ma è tornato. Meno bene è andata a Najibullah, impiccato il 27 settembre 1996.

«Eppure mi reputavo fortunato nonostante le frustate e i pidocchi,  - ricorda Fausto - niente scarpe e la divisa carceraria simile agli stracci degli internati nei campi di concentramento nazisti. Gli sfortunati veri erano i miei compagni di cella afghani regolarmente torturati con i fili di un telefono da campo sovietico legati alle dita, alle orecchie, ai genitali o alla lingua. Bastava girare la manovella e partiva la scossa».

Nel carcere di Milano-Opera che piano piano sto conoscendo sempre di più, il problema del sovraffollamento non esiste. Tropi divide la sua cella con una persona. Un letto da una parte e uno dall’altra, una finestra e un piccolo bagno. E poi lavora: giù, sotto nel reparto lavorazioni. Ogni giorno sale e scende. Così come i tanti altri. Altra vita! «Il fare ti fa sentire libero! » Mi dice sempre Tropi. E intanto riflettere. Come i ragazzi del laboratorio di liuteria, Meta, Fabrizio e Maurizio, che quando la nostra cooperativa aveva finito i soldi per acquistare il legno per fabbricare i violini si sono messi a intagliare il tavolo. Pur di lavorare, non si sono mai arresi.

La liuteria in carcere è nata diversi anni fa, un progetto unico in Europa. I miei soci, Federica Dellacasa e Alessandro Pellarin, presidente e vice, l’hanno ereditata e ora la portano avanti. Certo, la fatica è bestiale: di soli violini non si campa, la concorrenza asiatica è feroce, ma neppure loro mollano. I violini costruiti da Meta, Fabrizio e Maurizio – freschi di diploma - li hanno suonati i migliori allievi del Conservatorio di Milano. «Per noi era solo un sogno. Nessuno di noi ha studiato, siamo dei detenuti, non contiamo quasi nulla nella società, eppure lavorando abbiamo imparato a fare i violini». Il lavoro che ti mette all’opera.

 «Senza giustizia preferisco morire!» tuonava Pannella. Per far uscire Fausto dal carcere di Kabul, ci è voluto un autorevole giornale americano. Per affrontare il problema delle carceri in Italia basterà la Corte europea dei diritti dell’uomo?