Elisabetta Ponzone

DentroFuori

Cosa lascerò di concreto per farmi ricordare?

20 Gennaio Gen 2013 1707 20 gennaio 2013
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Il dentro è andato fuori. «Si vive per crescere e non per estinguersi»,  ha scritto un ex-detenuto del carcere di Milano-Opera nella sua poesia.

Mentre il Comune di Milano nominava il suo Garante per i detenuti, nella bella cappella Palatina di S. Gottardo a Palazzo Reale, fatta costruire dai Visconti, un gruppo di detenuti poeti hanno recitato i loro versi di fronte a un attento pubblico. Con loro, c’era la Silvana, del laboratorio di scrittura creativa dell’istituto penitenziario (vedi qualche post sotto). Insieme, hanno ricordando la zia Nini, georgiana, studiosa e docente di Lingua e letteratura Russa all'Università Cattolica di Milano, che ogni sabato mattina andava dentro ad animare il corso. Di lei, Dino ha scritto che era «un evento culturale travolgente. Ti faceva volare l’anima! E ti sentivi libero».

Strano è il fuori che racconta chi è stato dentro. Francesco è libero da un bel po’, eppure quelli del corso non li abbandona più. Ci torna dentro ogni sabato. Presentandosi, prima di leggere la sua poesia dice: «Non so se la realtà fuori sia tanto diversa o migliore di quella dentro. A volte, mi sento come un funambolo.  E’ da un anno che sono fuori e mi sento sospeso tra cielo e terra:  nessuno si accorge di te,  ti accarezza o ti sostiene. E’ come immaginare ali che non hai».

Bruno è quasi libero e di zia Nini ricorda: «In mezzo a tante corazze, era una dura tra i duri.»

Uomini duri. A volte feroci. Eppure lì, in quella chiesetta trecentesca, così delicata, sembravano uomini spaventati. Imbarazzati nei loro vestiti della festa. Commossi davanti a persone infreddolite, pazienti e sedute. Ma silenziose e in ascolto. Arrivate qui per loro. Uomini toccati da una manciata di parole, scritte ogni sabato, insieme, da vent’anni. Una routine. Un segno. Un nuovo lavoro che li ha aiutati a crescere. Come una carezza sull’arido prato. Uomini cambiati. Lo spiega bene Meta, che ogni giorno nella liuteria del carcere intaglia il legno per farlo vibrare: «Suoni dell’eternità per violini prigionieri». La zia Nini diceva che bisognava essere proiettati nel futuro, «perché non posso cambiare il passato!».

Uomini dentro, in cerca di riscatto per una impagabile libertà. «… cosa lascerò di concreto»,  ha scritto Ivano, «dopo la mia vita per farmi ricordare?»