Elisabetta Ponzone

DentroFuori

A Palazzo Marino con i nuovi "makers" del Salone del Mobile

5 Aprile Apr 2013 1825 05 aprile 2013
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Hanno tagliato l’erba nel carcere di Milano-Opera. Non c’è più traccia del manto azzurro dei non-ti-scordar-di-me (vedi post precedente). E’ rimasta solo qualche timida margherita, con la corolla screziata di rosa, quasi nascosta ai piedi dei cespugli belli alti di pitosfori e del pino mugo, che una cesoia attenta di qualche giardiniere sembra stia cercando di raddrizzare il portamento altrimenti prostrato. Un’operazione  di arte topiaria all’acqua di rose, ma che qui in carcere sembra una metafora.

«Non ho più voglia di uscire.» Oggi Tropi aveva le paturnie. «In che senso, non capisco? Non stai per uscire tra poco in permesso per due giorni?» «Non capisci mai niente!Ti ho detto che non ho più voglia di uscire accompagnato durante le varie presentazioni». «Fammi capire bene Tropi, mi stai dicendo che preferisci stare dentro, piuttosto che fuori dal carcere? Sei ubriaco?» «Esatto. Intendo che se puoi andare fuori con un permesso “da libero”, non hai più voglia di uscire accompagnato. Capisci? Non ho più voglia di sentirmi dire stai seduto qui e buono oppure fai questo o fai quest’altro! Tutto qui. E adesso lavoriamo che mi hai fatto perdere già abbastanza tempo”.

Voi avete capito cos’è successo? In poche parole: io ho capito che Tropi non accetta più di essere trattato da detenuto, da carcerato, da persona diversa.  Dentro o fuori si sente libero e, prima di tutto, si sente una persona. Non rinnega il suo essere in carcere,  o il suo dovere di scontare una pena, ma chiede fiducia e rispetto. E io cosa posso o cosa devo dirgli? Onestamente non lo so. … che ha ragione?! Ma forse che deve anche continuare a frequentare altre attività che gli permettono comunque di uscire, anche solo sporadicamente, ma che gli danno la possibilità di incontrare altre persone, di relazionarsi e socializzare. Di fare cose insieme. Suggerimenti?

Lasciando il lodo Tropi, a mezzogiorno sono schizzata fuori dal carcere di Milano-Opera per fiondarmi a Palazzo Marino con Alessandro Pellarin, amico e socio della cooperativa Opera in Fiore. Con noi c’era anche Viola. Il Comune di Milano ha indetto una conferenza stampa  per presentare le iniziative che patrocinia in occasione del 52° Salone Internazionale del Mobile - tra le quali anche i nostri Borseggi e Plinioltre, ospiti del nuovo store cittadino in via dei Mille 1 – dal 9 al 14 aprile.

Al tavolo degli oratori, con l’assessore al lavoro, Cristina Tajani, quello alla cultura, il direttore del Cosmit e il grande designer Alessandro Mendini, curatore di “Milano Makers”, una mostra da vedere alla Fabbrica del Vapore . «Oggi si vuole spostare l’accento sulla professionalità e sulle competenze in grado di innovare il processo produttivo – ha affermato la Tajani – in sintonia con i nuovi asset tecnologici e sociali. …» Un’altra metafora? Gli asset sociali sono intangibili, ovvero la fiducia come elemento del capitale relazionale. Se per un’impresa significa il valore del complesso di relazione con i suoi stakeholder, nella vita quotidiana potrebbe essere il valore della società intera di relazionarsi con le persone singole. Nella città col cittadino, in casa con i figli, fino alla società con i detenuti. Quindi Tropi ha ragione.

In conferenza, il maestro Mendini ha spiegato che la parola “design” non piace più e così hanno inventato “makers”, una nuova definizione che poi alla fine – sottolinea con una leggera nota umoristica – «vuole anche raccontare del tutti che vogliono fare tutto».  “Chi si ribella si autoproduce” scrive Alessandro Guerriero sulla prima riga della scheda che spiega la mostra che verrà e dedicata a tutte quelle attività creative di produzioni non seriali. In super sintesi: un’esposizione sulla valorizzazione della persona contro l’industria. All’uscita una ragazza distribuiva spillette nere con la scritta I’M A MAKERS. Belle, grazie. Ma io non sono una maker, non faccio niente. La porterò a Tropi che fa, si ribella e si auto-ri-produce.