Elisabetta Ponzone

DentroFuori

In tempo di guerra «non toccatemi la colomba»

24 Marzo Mar 2016 0953 24 marzo 2016
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Dopo gli attentati di Bruxelles volevo scrivere tante cose. I ragazzi dentro stanno seguendo la cronaca. Dolore. Rabbia. Tante domande. Una tra tutte: le diversità possono aiutarci ad essere più forti? Una riposta sincera l’ho trovata in un editoriale firmato da “L’azzeccagarbugli” su VoceLibera della Casa circondariale di Busto Arsizio (Varese). Inutile aggiungere altro. Leggetelo anche voi!

«Ci sono celle, cellini e celloni, ognuno dei quali con pregi e difetti. Che si tratti di celle piccole con tre persone – quelle più ambite –  oppure di celloni con sei occupanti, sempre si tratta di una piccola temporanea comunità dalla quale si esce solo a fine viaggio. Tutte  le camere di pernottamento hanno in comune l’impossibile solitudine della convivenza obbligata, e allora si cerca di organizzare le mescolanze a suon di cambi di cella, e la tendenza è sempre quella di creare aggregazioni (o separazioni) in base alle provenienze geografiche. Inutile cercare la solitudine. La scelta dei coinquilini non è così scontata, c’è da fare tutto un lavoro di pubbliche relazioni, di sondaggi discreti per capire chi ci stiamo portando “a casa”, come si è comportato nelle precedenti “abitazioni”, usi, costumi ed attitudine all’igiene.

È il deserto umano, popolato di personaggi problematici e contradittori, intelligenti e moralmente complessi quanto ognuno di noi. Ciò che li rende esemplari, e straordinariamente toccanti, è il fatto di essere del tutto ignari di sé e del mondo che si apre al di là dei confini dei propri limiti. Un numero infinito di esistenze consumate in questo torpore mesto. Ad uno sguardo estraneo e superficiale, la cosa è talmente assurda da passare inosservata, ma dovendo necessariamente “prender casa” da queste parti, si tratta di considerazioni da tenere bene a mente.

Così, dopo attenta e profonda analisi, ho optato per la cella, anzi, il cellone da sei posti multietnico. Unico italiano, in compagnia di tre magrebini, un albanese e un sudamericano con i quali mi alterno ai fornelli, e in tutte le faccende domestiche. Un rodaggio lungo ci ha permesso di trovare affiatamento e ricavarci gli spazi per le esigenze personali. Non è stato difficile. Si tratta principalmente di buona educazione, se alle cinque del pomeriggio spegniamo il televisore ed usciamo dalla cella per permettere ai musulmani di pregare; d’altronde nemmeno loro ci hanno mai chiesto di togliere le foto di Papa Francesco oppure i rosari che teniamo attaccati alle brande. Così come noi “infedeli” rispettiamo i condizionamenti che inevitabilmente  ci derivano dalla pratica del ramadan degli islamici.

La cena è l’unico momento della giornata in cui ci si ritrova, tutti seduti attorno ai tavolini affiancati a formare un’unica tavolata, come succede in qualsiasi casa.

È l’occasione per  parlare di quello che è accaduto durante il giorno, del lavoro, dei colloqui, dei fatti di cronaca di cui parla la Tv, per scherzare cercando di tirar fuori un sorriso.  Ma quella sera no, nessuno aveva voglia di ridere. C’erano aria tesa e sguardi diffidenti, il dialogo in arabo tra i magrebini stonava, aveva il suono dei kalashnikov mentre alla Tv scorrevano le immagini ed i suoni della battaglia che ha lasciato a terra decine di cadaveri. Gli albanesi hanno sentito il bisogno di parlarsi tra di loro nella propria lingua da una cella all’altra, cosa che succede raramente mentre si cena, e nessuno pareva accorgersi che stavamo cadendo nella trappola del terrore, quella paura che ci assale quando ci sentiamo minacciati e ci chiudiamo nelle nostre piccole sicurezze, rappresentate dalla lingua, dal senso di appartenenza, ma anche dal cibo.

E proprio il cibo in tavola è stato il pretesto per accendere la discussione su usi, costumi, tradizioni culinarie, accoglienza e rispetto dei commensali.

Vada per i filetti di pollo al posto del guanciale di maiale; ma i datteri ad accompagnare gli spaghetti alla carbonara che c’azzeccano? Ci sono dei limiti sui quali non si può transigere, nemmeno in nome della tolleranza, e accade soprattutto a tavola. Non ci rimane altro che dividere i “territori” separando i tavoli; pentole separate e ognuno mangia quello che vuole, senza imporre la propria volontà agli altri. A volte con l’intento di preservare le rispettive identità culturali, si rischia che gli accomodamenti producano risultati gastronomici che non accontentano nessuno; la cucina fusion necessita ancora di tempo per l’accostamento dei sapori.

Si sono rotti degli equilibri che evidentemente erano già precari. Non andrebbero mai prese decisioni “di pancia” ma riflettendo, ma ora il sonno pesa sulle palpebre, intanto la mente fatica a spegnersi. Siamo stati sconfitti anche noi?

Non lo so, ma che nessuno si azzardi a togliermi il panettone con i canditi, le lenticchie ed il cotechino della vigilia di Natale. Nemmeno la colomba di Pasqua, che sarà pure un simbolo commerciale però è buona, specialmente in tempo di guerra.» (www.vocelibera.net)