Elisabetta Ponzone

DentroFuori

«Il carcere è superato. Ci vogliono pene capaci di bypassarlo»

31 Dicembre Dic 2016 1733 31 dicembre 2016
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A scuola, Luigi Pagano litigava con la prof sulla monaca di Monza «mi sembrava che Gertrude fosse più vittima che autrice di reati». Per lui il carcere è superato. «Troppe volte diventa una comunità che, paradossalmente, offre tutta una serie di servizi dove manca solo la libertà. Bisognerebbe avere delle pene diverse capaci di andare oltre il carcere».

Napoletano, classe 1954, Pagano mi riceve nel suo ufficio di Provveditore dell’amministrazione penitenziaria a Milano, l’ex aula bunker del maxiprocesso alla mafia accanto a piazza Filangieri. «Mi sono specializzato in criminologia. È il lavoro che ho sempre voluto fare. A Napoli è così: o sei avvocato o delinquente». Scherza, ma sulle carceri ha esperienza da vendere, idee chiare e fuori dal coro che, messe insieme, disegnano una nuova geografia umana che si estende ben oltre il mondo penitenziario. Per lui il 50% delle nostre carceri non è adatto alla realtà. «Il codice dei valori è ancora quello del 1931».

E se Pagano nel 2017 diventasse il nuovo ministro della Giustizia?

Sto aspettando di andare in pensione, altro che ministro. Tutto sommato direi le stesse cose che sta dicendo il ministro adesso. Ma parlare di carcere, e soprattutto parlare del superamento del carcere così come Orlando ha fatto, non è semplice.

Superare il carcere: cosa significa?

Delle buone leggi si fanno e ci sono. Il problema poi sono le risorse, il budget, il personale, ma anche come le leggi vengono accettate. La nostra società è davvero in grado di prendersi una responsabilità nei confronti del carcere?

I primi passi da fare?

C’è una riforma: applichiamola. Ma già dirlo dopo 40 anni significa chiedersi perché non ha funzionato prima. Secondo me è una buona legge. Però ha bisogno di strutture. Ha bisogno di spazi, innanzitutto. I nostri istituti sono nati vecchi e probabilmente senza un’idea di quello che volevano essere. La struttura è fondamentale perché rende plastica la filosofia di fondo. Se vado a San Vittore, qui a Milano, capisco che tipo di pena si voleva far scontare nel 1879. Se vado nei nuovi istituti, ci capisco poco. Ci sono pochi spazi utilizzabili dai detenuti, sono fatti male anche per la custodia, ci sono pochi luoghi per il lavoro.

Il carcere modello esiste?

Nel 2001 ci siamo trovati positivamente a inaugurare Bollate. Era un terreno vergine e banalmente abbiamo abbattuto un po’ di muri, creandolo come volevamo noi. Lo spazio è fondamentale perché l’ordinamento vorrebbe che la cella fosse il luogo dove il detenuto va unicamente a dormire, mentre la sua vita, all’interno del carcere, si svolge in tutti gli altri ambienti, dove può lavorare, fare colloqui, andare a scuola, trascorrere l’ora d’aria e quant’altro. I nostri istituti non sono molto adeguati.

Dovremmo avere molte pene diverse. Pene peculiari, lavori di pubblica utilità e così via. Ovvero delle pene che bypassino il carcere. Ma non le abbiamo.

Secondo me il 50% delle nostre carceri, ma sono benevolo in eccesso, non è assolutamente adatto all’idea della legge del ’75. La Costituzione dice che il carcere dovrebbe evitare che la pena sia contraria al senso dell’umanità, quindi non può arrivare ai limiti della tortura, e poi deve tendere al reinserimento sociale. Allo scoppio di Tangentopoli, nel 1992, San Vittore con una capienza di 800 persone ne ospitava oltre duemila e 400. Come si può vivere così?

Il personale è adeguato?

Polizia e Carabinieri sanno perfettamente cosa fare. Anche perché fanno un lavoro coerente. Ma se non c’è un’idea coerente il rischio è che alla fine chi praticamente deve applicare la normativa , non sappia nemmeno in che spazi si deve muovere.

La coesistenza di tante e poco omogenee componenti ha creato solchi veramente profondi. La legge del ’75, per esempio, cambia l’ordinamento del ’31. Nel 1931 è chiaro che ci sono i valori fascisti, però Rocco (Alfredo Rocco, guardasigilli del governo Mussolini, nda) fece una riforma completa della sfera penale. Cambiò il codice penale, la procedura penale, il regolamento carcerario e il regolamento degli agenti di custodia. Noi invece ci troviamo con una legge del ’75 mentre il codice penale, quello di procedura penale e il regolamento sono del ’31. Successivamente viene modificato il codice di procedura penale del ’90. In quello stesso anno c’è anche la riforma del corpo, quindici anni dopo la legge, mentre il codice dei valori rimane quello del ’31 che vede sempre e comunque il carcere quale pena fondamentale, mentre il carcere dovrebbe essere una delle pene.

Ma noi tutti, siamo disposti a prenderci la responsabilità del carcere?

Probabilmente no. Siamo pronti a prenderci il rischio per esempio di quello che può succedere utilizzando “meno carcere”? Ho paura di no. Se andiamo a vedere tutte le misure alternative vediamo che hanno una capacità di impedire la recidiva del 78-80%. Però poi basta che una persona evada oppure commetta un reato, quindi parliamo di una percentuale bassissima, e a quel punto scatta la reazione delle persone sul carcere.

Il mio professore di criminologia, Alfredo Paolella, ammazzato poi da Prima Linea, diceva che le probabilità possiamo metterle sulla carta, ma la verità è che per vedere se una persona scappa la devi necessariamente mettere fuori. Se torna è tornata. Se scappa è scappata. Sembrerà banale, ma è così. Parliamo di uomini.

Il carcere è superato?

Capisco perfettamente che chi ha commesso un reato ha aperto una ferita. Io credo che il problema sia prevedere proprio la riduzione del carcere. Il carcere è uno strumento che può avere – ma ci metto tante , tantissime virgolette - anche i suoi lati positivi, ma ha dei valori e delle funzioni abbastanza limitate. È difficile immaginare un carcere chiuso che possa anche pensare a un reinserimento. Si è sempre detto, in qualsiasi legge, che il carcere va visto come extrema ratio, sia nella fase di accertamento di reato, sia nella fase di esecuzione della pena. Però ha sempre una valenza fondamentale nel sistema penale. Si dovrebbe riuscire a ridurre il carcere e a limitarlo alle grosse problematiche legate ai reati più gravi, ovviamente sempre nei limiti della dignità della pena anche per i detenuti di un certo spessore criminale, e a pensare a delle pene diverse.

Se sul carcere assumi delle posizioni che cambiano continuamente, io che sono un operatore ci capisco poco. Probabilmente sono gli input che arrivano dall’esterno che non vanno bene con la reale dimensione del carcere. Ma non un esterno qualsiasi. Qui parliamo di quelli ad alto livello. Prima del 1992, per esempio, anche degli onorevoli ministri si chiedevano addirittura se non fosse il caso di ripristinare o meno la pena di morte. Poi, dopo che sono stati anche loro coinvolti nel giro di Tangentopoli hanno capito meglio che cosa è il carcere.

Il lavoro in carcere ha un valore?

Certo, ma il lavoro in carcere non è un argomento facile. Le aziende prima investivano nelle carceri, però pagavano una inezia. Oggi un’impresa che vuole investire nel carcere deve retribuire il detenuto esattamente quanto una persona libera, ma priva di formazione professionale. Nonostante alcune realtà estremamente positive e lodevoli, chi investe nel carcere deve affrontare una serie di ostacoli inimmaginabili, già solo per entrarci e poi comunque l’attività lavorativa confligge con i tempi della detenzione: il detenuto deve andare all’aria; ha i colloqui con l’avvocato, il magistrato, i parenti; ci sono i processi… Insomma, tutta una serie di tempi che sono funzionali alla vita nel carcere e al futuro reinserimento.

Quale soluzione possibile?

O riduci il costo del lavoro, ma senza mortificare il detenuto, anzi cercando di aumentare i suoi diritti facendoli diventare parte non economica, ma importantissima, del contratto. Oppure è quasi impossibile. Delle idee sicuramente ci sono, il problema è che bisogna anche fare il conto su quanto durerà questa legislatura e, successivamente, quando le belle e nuove idee diventeranno legge, ci vorranno i soldi per metterle in pratica.

Esiste una prevenzione alla delinquenza?

La prevenzione riguarda tutti. E non certo solo il carcere che è la parte terminale di un imbuto. La prevenzione sociale significa l’organizzazione dello Stato, significa servizi, significa risolvere le problematiche sociali ed economiche. Come dice l’articolo 3 della Costituzione, vuol dire che “è compito dello Stato rimuovere tutti gli ostacoli per una positiva partecipazione alla società”. Ma non è specifico per il carcere o la pena. Fa parte dell’educazione generale di tutti.

Pensiamo alla droga, per esempio. Ci sono autorevoli esponenti, anche delle forze di Polizia, che dicono che forse la proibizione ha fatto il suo tempo. Quindi il discorso della prevenzione è un discorso sociale più ampio.

Chi sono i detenuti nelle nostre carceri?

C’è una divisione abbastanza netta: detenuti chiamati pericolosi che in qualche modo lo sono, come per mafia, traffico di droga e omicidi. E poi c’è la percentuale del “bisogno”, anche se poi non è sempre riconducibile al bisogno. Persone che alla fine in carcere a volte ci rimangono, non perché più pericolose degli altri, ma perché non possono ottenere misure alternative semplicemente perché non hanno casa, lavoro, non hanno relazioni col territorio. Dove il carcere non è nemmeno più prevenzione, diventa una comunità che paradossalmente poi ti offre tutta una serie di servizi dove ti manca solo più la libertà.

La soluzione a questa solitudine umana?

La persona che arriva in carcere deve avere diritto ai diritti, mentre in qualche maniera oggi quella persona diventa quasi il poverino della situazione. Ma non è così che si salvano le persone. E non è così che si cresce. Il carcere è quella cosa che vogliono tutti, ma che poi tutti capiscono che è innaturale. Tenere una persona in carcere non è naturale. Se ci commuoviamo per gli orsi, figuriamoci con gli uomini. Però poi si cerca di recuperare con la pietà, che è certamente una componente importantissima, ma sulla quale puoi lavorarci poco. Ci vuole un carcere poroso dove ci sia un interscambio tra esterno e interno, ovviamente non criminale, cercando di invertire quell’aforisma per cui una mela marcia contamina tutte le altre mele. Credo molto nella contaminazione, nell’esempio positivo, nella partecipazione e nel coinvolgimento di tutti gli attori possibili. Un carcere con solo il personale del carcere non funzionerebbe mai. È necessario rendere permeabili le mura del carcere.

Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono. È d’accordo con le parole del Papa?

Credo che siano giuste se parliamo di giustizia con la G maiuscola. Anche perché non tutti i reati hanno questa componente sociale. Non vorrei sembrare come chi ha l’agenda pronta in tasca, anzi, ma quando andavo a parlare nelle scuole ricordavo che il best seller per eccellenza inizia con il furto di una mela e continua con un omicidio. Allora Nostro Signore aveva creato solo quattro persone sulla faccia della Terra e già due reati: il furto di una mela e l’uccisione di Abele da parte di Caino. Ma ha detto anche che la salvezza c’è per tutti. Andare fuori dalle righe, dalla norma è anche umano. Non dico per tutti i reati, ma chiunque può commetterne uno. E non penso che sia sempre colpa della società. Come possiamo noi, che siamo solo umani, pensare di risolvere tutti i problemi? Ci proviamo. E in tutte le maniere possibili. Ma forse è un’utopia pensare a una società senza reati e senza trasgressioni.

(Immagini by Andrea Atanassiu – Pem)