Rossana Cavallari

Dire Fare Sociale

Nuove narrazioni sociali: Design for migration

3 Settembre Set 2018 1208 03 settembre 2018
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Immigrazione e migranti, parole usate spesso con accezioni negative volendo definire un fenomeno che riguarda da vicino il nostro paese e non solo.

Parole che, in molti casi, generano pregiudizio, scarsa conoscenza e poca consapevolezza nel tentativo di comprendere un fenomeno che non è solo spostamento di persone in difficoltà da un luogo a un altro ma è un vero e proprio cambiamento sociologico e culturale che avrà forti ripercussioni negli anni a venire. Un esodo migratorio si tende a dire ma, in realtà, qualcosa di più profondo e particolare che porterà a ridefinire concetti come razza, confini e popolo solo per indicarne alcuni.

E mentre la strada della discriminazione e dell’odio si fa sempre più spazio si perde l’occasione di spiegare tutto questo con cognizione di causa, come a voler dimenticare che dietro ai fatti di cronaca, usati per giustificare falsi miti e falsi proclami, ci sono persone, storie e destini che si incrociano.

Analizzo la situazione attuale con attenzione perché so quanto il linguaggio incide sul comportamento dei singoli e quanto può essere importante utilizzarlo, nelle sue diverse forme, per creare occasioni di confronto che diventino costruttiva occasione di dialogo. Un dialogo aperto ad accogliere l’altro nel senso più ampio del termine. Quell’accogliere che, oggi, fa tanto discutere e allontanare.

Per questo lascio spazio a un progetto che si fa portavoce di una diversa narrazione e che, proprio per questo, ha colpita: Design for migration, voluto e creato da Matteo Moretti, ricercatore e docente presso la Facoltà di Design e Arte della Libera Università di Bolzano, cofondatore di una piattaforma di ricerca dedicata al visual journalism e nominato tra i 100 ambasciatori del design italiano nel mondo dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Design for migration è il luogo virtuale nel quale sono riuniti tutti i progetti che, pur con le loro diversità, hanno a che fare con il tema della migrazione.

Come spiega Matteo “ ho incontrato molte persone che mettevano a disposizione competenze e idee per progettare nuove relazioni o sistemi per diminuire la distanza, e quindi la paura, tra noi e l’altro. Mancava un supporto adatto che potesse, anche, permettere di avere una comunicazione adeguata e mi sono detto che potevo fare qualcosa in tal senso”.

Quello che mi ha incuriosita è che, in questo contesto, il design è il comune denominatore che diventa impegno sociale rappresentando una nuova forma di attivismo. Design inteso non solo come progettazione ma, anche, come sistema in grado di connettere e creare relazioni capaci di informare, aprire dibattiti, contrastare la disinformazione. E questo mi sembra un obiettivo non solo ambizioso ma di cui c’è veramente bisogno in un momento in cui l’informazione è, a dir poco, frammentata e poco attenta.

Immagini, video e una breve descrizione sono il supporto esplicativo ai progetti inseriti nella piattaforma a cui si affianca la pagina Facebook aggiornata per poter interagire con un numero maggiore di utenti.

Nei prossimi mesi l’idea è quella di analizzare e mappare tutti i progetti raccolti identificando quelle che possono essere definite delle “buone pratiche” che portino ad unire aspetti comuni per arrivare ad avere, nel tempo, un nuovo assetto narrativo relativo a temi di questo genere.

Perché se la comunicazione, da sempre, caratterizza l’essere umano oggi che i mezzi digitali fanno parte di noi, i modi di esprimersi sono cambiati (e non sempre in meglio), i pregiudizi aumentano ogni giorno e le abitudini di pensiero e dialogo sono radicalmente state stravolte da ciò che è digitale è dovere di tutti cercare di fare quanto possibile per migliorare.

Trovo Design for migration esempio virtuoso e concreto di come si possa trattare il tema della migrazione in modo diverso e positivo. Un modo che non alimenta la paura e la visione negativa dell’altro diventando portavoce di una maggioranza silenziosa che, nell’altro appunto, non vede il semplice colore della pelle oppure la differenza in sé ma la grande opportunità che solo la condivisione e la conoscenza possono creare.