Sergio Segio

Diritti & Rovesci

Il mercato che uccide

6 Novembre Nov 2012 1138 06 novembre 2012
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Ferisce più la lingua della spada, dice un antico e discutibile motto. Oggi si potrebbe ammodernarlo così: ne uccide più il mercato delle bombe. Se poi, come spesso accade, il mercato assume e governa anche la variante della guerra tradizionale, il risultato è, per così dire, ottimale, moltiplicando esponenzialmente l’entità e la frequenza della strage.

I dati dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità nel 2006 arrivarono a stabilire che in Russia, a seguito delle profonde trasformazioni intervenute dopo il 1989, la mortalità generale risultava cresciuta del 4%, mentre la speranza di vita era scesa di sei anni, così che le aspettative di vita di un cittadino russo alla nascita erano meno di 60 anni, all’incirca le stesse del Bangladesh. Ancora più evidenti e drammatici i dati di varie agenzie delle Nazioni Unite ripresi dall’autorevole rivista scientifica “The Lancet” nel 2009: secondo l’UNICEF nell’impetuosa transizione dell’Unione Sovietica all’economia di mercato sarebbero stati oltre tre milioni le morti premature, mentre l’United Nations Development Programme valuta in oltre 10 milioni il numero delle vittime a causa del cambiamento di regime (cfr. http://www.saluteinternazionale.info). Oggi nell’occhio del ciclone, vale a dire sotto i colpi omicidi degli impalpabili e irresponsabili mercati, si trova in particolare la Grecia. È di nuovo il Lancet a fornire dei primi dati, parziali e già superati ma sufficientemente eloquenti, sulla devastazione sociale: gli ospedali pubblici hanno avuto tagli del 40%, mentre sono aumentate le richieste di ricovero (+24% nel 2010 e +8% nella prima metà del 2011) data l’impossibilità di molti greci di accedere e sostenere i costi in strutture private (-25-30%). In aumento anche il numero di quanti non possono sostenere ticket sanitari per altro bassi, in media di 5 euro, per la degenza. Sono aumentate le sieroconversioni da HIV (+52% nel 2010) e l’uso di eroina (+20% nel 2009), in presenza di tagli del 30% nei servizi tossicodipendenze. In forte crescita anche i disagi psichici e i suicidi: questi ultimi sono saliti del 17% tra il 2007 e il 2009 e del 25% tra il 2009 e il 2010; nella prima metà del 2011 sono stati addirittura il 40% in più rispetto allo stesso periodo del 2010 (cfr. Kentikelenis Alexander, Marina Karanikolos, Tuckler David, Irene Papanicolas, Sanyai Basuce, McKee Martin, Health effects of financial crisis: omens of a Greek tragedy, “The Lancet”, 10 ottobre 2011). Un quadro tragico, sicuramente peggiorato nel periodo successivo alla ricerca del Lancet, dato l’approfondirsi della crisi e l’impoverimento generalizzato della popolazione ellenica. È notizia di oggi che il gruppo farmaceutico Merck (uno dei più grandi e potenti, con oltre 40 mila dipendenti sparsi in 67 Paesi e ricavi in crescita per 2,8 miliardi di euro nel primo semestre del 2012, l’11,6% in più rispetto allo stesso periodo del 2011) ha deciso di interrompere le forniture di un importante farmaco anti-tumorale agli ospedali greci, data la loro situazione debitoria. Tutto ciò alla vigilia di nuovi tagli per 13,5 miliardi di euro in votazione al Parlamento greco e in una situazione di conflittualità sociale ormai quotidiana e senza sbocco. Il mercato dunque uccide. Le decisioni della Trojka sono apparentemente asettiche ma producono, più o meno indirettamente, morte e sofferenza su scala industriale. I mercati sono da tempo divenuti un insindacabile tribunale metafisico, senza volto e senza responsabilità, che dispensa sentenze di morte. E quando la pena non è quella capitale, diventa quella dell’esproprio. Racconta Marco Revelli nel suo ultimo libro (I demoni del potere, Laterza editore, 2012) che un rampollo della famiglia reale del Qatar, Ahmad Mohamed al-Sayed, avrebbe comprato Oxia, una delle più belle isole dell’arcipelago delle Echinadi, vicina a Itaca. L’isola è vasta 500 ettari, quanto metà della nostra Capri, ed è stata svenduta alla misera somma di cinque milioni di euro. Quanto una palazzina di periferia. Negli stessi giorni le cronache riferiscono che la competizione nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti è costata complessivamente, secondo la CNN, sei miliardi di dollari raccolti dai due candidati e dai loro sostenitori. Donazioni, le chiamano, ma sarebbe più esatto definirle investimenti. Ad alto tasso di rendita. Non per caso uno dei donatori più attivi e interessati (e bipartisan) è la National Rifle Association, la lobby dei fabbricanti di armi. Eppure Mitt Romney negli USA ha incentrato la propria campagna sull’assunto che occorre tagliare tasse (per i ricchi) e spesa sociale (per poveri e ceti medi). Un leitmotiv che in Europa si è fatto da tempo assillante. E soprattutto praticato. Il modello sociale europeo è ormai un ricordo: come spesso succede, prima di poter essere liquidato a colpi di spending review, è stato mistificato e denigrato (mascariato, dicono in Sicilia, dove questa pratica è antica e collaudata), sino a rendere senso comune che il welfare è un lusso, quando invece è, prima ancora che un diritto, un investimento. «Non credo affatto che il modello sociale europeo sia superato. Al contrario, penso che nelle sue versioni più riuscite sia tuttora inadeguato. È il migliore di gran lunga. E non solo in base a criteri etici, o valori politici, ma anche per la sua efficienza economica». Così scrive, argomenta e documenta Federico Rampini nel suo ultimo libro dall’espressivo titolo: «Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale». Falso! (Laterza, 2012). Per disarmare i mercati assassini, insomma, bisogna prima di tutto contrastarne le menzogne.

PS: Abbiamo “rubato” il titolo di questo articolo al quotidiano “L’Osservatore Romano” del 29 agosto 2012. A proposito di restituire verità e coraggio alle parole.