Sergio Segio

Diritti & Rovesci

Il capitalismo è la crisi

12 Dicembre Dic 2012 1737 12 dicembre 2012
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La crisi non è che il modo con cui funziona il capitalismo nell’epoca della globalizzazione, puntualizza il filosofo Giorgio Agamben in un articolo che apre il primo libro della nuova collana editoriale che “Vita” ha realizzato in collaborazione con la casa editrice Feltrinelli.

L’articolo, in origine pubblicato da “la Repubblica” con il titolo Se la feroce religione del denaro divora il futuro, è stato qui rinominato Economia del credere. Non si può ragionare sul futuro senza parlare anche della fede, ammonisce il filosofo. Il termine greco che la rappresenta, pistis, significa anche credito e trova posto sulle insegne delle banche. Nella mitologia Pistis era la personificazione della fiducia e affidabilità. Di più immediata comprensione l’equivalente latino, Fides.

È già chiaro dove va a parare il discorso. In un’epoca che vede smarrita la fiducia nel futuro e la direzione di marcia per arrivarci, tutta la nostra fede è andata a finire altrove, in un’altra sfera: «Quella sfera è il denaro e la banca − la trapeza tes pisteos – è il suo tempio», ci dice Agamben. «E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese», conclude il filosofo.

I mercati sono dunque divenuti tribunali che decidono durata e caratteristiche di governi e di democrazie, mentre le banche sono moderne cattedrali dove nuovi sacerdoti gestiscono e manipolano la fiducia dei governati, pregiudicando altresì il futuro comune.

Il gigantesco gomitolo della finanza avvolge in una camicia di forza il mondo intero, stringendo ciascuno nel ricatto di contribuire a tenere in piedi il castello di carte, avendo fiducia nella sua stabilità e fede nella sua ineluttabilità. Così i cittadini resi sudditi da un potere impalpabile vivono in una sorta di perenne Sindrome di Stoccolma. Così anche la scelta elettorale rischia di indirizzarsi non verso un programma e dei valori che si sentono vicini a sé, ma verso chi si ritiene potrà far abbassare lo spread. Chi, in sostanza, avrà il placet e l’investitura dei nuovi sacerdoti e dei nuovi giudici. Poteri forti in quanto privi di sembianze umane, metafisici e onniscienti. Poteri la cui forza deriva dalla fede che riescono a suscitare e che viene riversata su di essi, proprio com’è per qualsiasi altra religione.

L’Italia, dopo la parentesi montiana imposta da quei poteri, per il tramite del Capo dello Stato, è tornata al medesimo punto. Le lacrime e il sangue (altrui) con il quale i tecnocrati hanno impastato i mattoni del loro tempio sono risultati vani, puro disciplinamento all’obbedienza, esercizio di coazione alla fiducia. Ma anche, e di nuovo, drenaggio di ricchezza dal basso verso l’alto.

Mentre faticosamente e tardivamente si cerca di introdurre la Tobix tax sulle transazioni finanziarie, lo Sceriffo di Nottingham continua a imperversare senza tregua e senza pietà.

Gli effetti ce li racconta la stessa Confindustria, che ieri ha diffuso i dati previsionali.

La disoccupazione crescerà dal 10,6% di quest’anno all’11,8% nel 2013 per arrivare al 12,4% nel 2014. Il 2013 terminerà con un milione e mezzo di unità di lavoro occupate in meno rispetto all’inizio della crisi nel 2007. I consumi delle famiglie sono crollati, con il calo peggiore dal dopoguerra a oggi: cedono il 3,2% quest’anno (il 3,6% pro capite) ma la caduta proseguirà nel 2013 (-1,4%).

Record anche per la pressione fiscale, vicina ai massimi storici: 53,9% al netto del sommerso.

Altre cifre eloquenti sono venute in questi giorni dall’ISTAT e documentano un aggravamento delle povertà (peraltro inferiore al reale, essendo riferito all’anno passato e quindi già superato in peggio). Nel 2011 il 28,4% delle persone residenti in Italia è risultato a rischio di povertà o di esclusione sociale, con un aumento di 2,6 punti percentuali rispetto al 2010 a causa della crescita della quota di persone a rischio di povertà (salite dal 18,2% al 19,6%) e di quelle che soffrono di severa deprivazione (passate dal 6,9% all’11,1%).

A fianco e dentro queste cifre cresce la solitudine dei lavoratori, per citare il titolo del recente libro del sindacalista Giorgio Airaudo (Einaudi editore), costretti a una resistenza impotente o a cedere diritti e dignità subornati dalle sirene della nuova truffaldina religione.

Se il capitalismo è crisi, con il corollario indissolubile di violenza che essa reca con sé, per fuoriuscirne e ridurne le tragiche conseguenze occorre un nuovo compromesso tra capitale e lavoro simile a quello susseguente alla Seconda guerra mondiale, a sua volta esito lungo della crisi del 1929.

Perché ciò diventi possibile bisogna però buttare fuori un po’ di mercanti dai vecchi templi e sbugiardare i sacerdoti di quelli nuovi.