Sergio Segio

Diritti & Rovesci

Lo scandalo delle carceri

5 Febbraio Feb 2013 2226 05 febbraio 2013
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Lettera aperta al Presidente Giorgio Napolitano in occasione della sua visita al carcere milanese San Vittore

«Le carceri italiane rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si sia mai avuta: noi crediamo di aver abolita la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata; noi ci vantiamo di aver cancellato la pena di morte dal codice penale comune, e la pena di morte che ammanniscono goccia a goccia le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano del carnefice; noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli, e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti, o scuole di perfezionamento dei malfattori».

Queste le parole di Filippo Turati in unDiscorso alla Camera dei deputati del 18 marzo 1904.

Oltre un secolo dopo il quadro è il medesimo, reso forse persino più grave da un sovraffollamento che non ha eguali nel passato né in Europa, quanto a rapidità della crescita (negli ultimi vent’anni, infatti, il tasso di detenzione è salito da 53 a 113 detenuti ogni centomila abitanti) e, ancor di più, quanto a inefficacia delle risposte.

L’unico provvedimento deflativo recente, la legge 199/2010, che consente l’esecuzione domiciliare delle pene sotto i 18 mesi, si è rivelato un pannicello caldo. Al 31 gennaio 2013 in detenzione domiciliare vi erano, in totale, 9.386 condannati per piccoli reati, a fronte di presenze in carcere che, a quella stessa data, continuavano a essere 65.905, mentre la capienza definita “regolamentare” è fissata a 47.040 posti.

Vi sono, insomma, 20.000 reclusi in più di quanto le strutture e il personale sarebbero in grado di ospitare e di gestire.

Questo è il dato di fatto che dovrebbe preoccupare i partiti. Ma, si sa, il carcere non è tema che si presti ai periodi elettorali.

Così che è destinato a rimanere lettera morta, nonostante la sua alta provenienza, l’invito: «La questione penitenziaria deve poter trovare primaria attenzione anche nel confronto programmatico tra le formazioni politiche che concorreranno alle elezioni del nuovo Parlamento».

In quest’anno un unico elemento ha impedito il degenerare della situazione: la ragionevolezza pratica di chi opera a contatto con il problema, vale a dire magistratura e forze dell’ordine, che evitando l’arresto o la sua convalida nei casi di minore gravità ha fatto sì che il numero di ingressi in carcere nel 2012 sia stato il più basso degli ultimi vent’anni: 63.020, a fronte di ingressi che mediamente arrivavano tra le 80.000 e le 90.000 unità.

Un informale e provvidenziale provvedimento di “numero chiuso”.

Anche questo, però, è solo un tampone di buon senso davanti all’inerzia politica e all’infernale meccanismo bipartisan che strumentalizzando il tema della sicurezza ha prodotto un avvitamento pericoloso. Un piccolo ed encomiabile volontarismo che non può risolvere i problemi strutturali. Dato che, se gli ingressi annuali sono diminuiti, continua invece a salire la presenza media di detenuti nel corso dell’anno. Banalmente significa che si esce di meno, che le pene sono più lunghe, che la valvola di sfogo delle misure alternative alla detenzione si è da tempo inceppata: a gennaio 2013, i beneficiari di affidamento in prova erano poco più di diecimila (10.112) e soli 879 i semiliberi.

Prima che il disagio annoso sfoci in tragedia, più di quanto già quotidianamente non sia (con 56 suicidi in cella nel 2012, 63 nel 2011), prima che solo disperazione e violenza abbiano diritto di parola, occorre un soprassalto di iniziativa: a livello sociale e a livello politico. Il tempo sta per scadere.

Al Capo dello Stato ci permettiamo di ricordare le parole rivolte dall’azionista Ernesto Rossi al giurista e Costituente Piero Calamandrei, pubblicate nel marzo 1949: «Mentre scontavo la mia pena molte volte ho ripetuto ai compagni di cella che gli uomini politici i quali in passato avevano assaggiata la galera, portavano la grave responsabilità dell’ordinamento carcerario esistente, indegno di un popolo civile, perché, tornati in libertà, non avevano illuminata l’opinione pubblica sul problema e non avevano mai preso seriamente a cuore la sorte dei detenuti».

Parole, anche queste, più che attuali davanti alla vergogna di queste carceri e all’insipienza di questa politica.

Di Sergio Cusani e Sergio Segio