Sergio Segio

Diritti & Rovesci

Ho sognato il nuovo Presidente della Repubblica

15 Aprile Apr 2013 1534 15 aprile 2013
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È difficile che la scena pubblica italiana di questi tempi possa appassionare più di tanto un giovane (ma pure un meno giovane). Ciò vale per la politica, ma anche per gli altri campi, ad esempio la cultura o l’arte. I cattivi esempi sono all’ordine del giorno, mentre voci e figure autorevoli vanno rintracciate nella memoria più che nell’attualità.

Guardiamo alla politica, che purtroppo tiene banco tutti i santi giorni su tutte le prime pagine, a discapito di problemi più pressanti, come il lavoro o il welfare, ad esempio, o più interessanti come la cultura. Qualche decennio fa, peraltro, quest’ultima trovava posto nella terza pagina dei quotidiani, a sottolinearne, anche pedagogicamente, la centralità e importanza. Progressivamente, i maggiori quotidiani ne hanno poi decretato il tramonto: per prima “la Repubblica” nel 1976, “La Stampa” nel 1989, “Il Corriere della Sera” nel 1992. Ciò anche in ragione di un’altra delle peculiarità negative dell’Italia, che è quella di tendere all’omogeneizzazione dei prodotti informativi. Un po’ come la politica, che a far data dalla fine della Prima Repubblica punta in gran parte al centro, così i giornali si somigliano quanto a impostazione e contenuti.

Fatto sta che oggi la “terza pagina” è quasi nascosta nella seconda foliazione e la cultura spesso confinata in dorsi separati nelle edizioni domenicali del quotidiano, a suggerirne l’estraneità dal resto.

La cultura, insomma, è riservata agli “addetti ai lavori”. Gli altri, la gran parte, preferendo la spazzatura televisiva imperante, per quanto essa ultimamente pare cercare di sdoganarsi rispetto a un pubblico meno incline al trash, coll’effetto però opposto di inquinare anche le cose serie.

Ma, chiudendo la divagazione, il punto è che le voci e testimonianze autorevoli ci arrivano quasi sempre da altri Paesi. Inoltre, e bisognerebbe rifletterci, provengono per lo più da personaggi in età decisamente avanzata.

È stato così per Sthefane Hessel, che con il suo Indignatevi! e con la sua biografia ha scosso ed emozionato milioni di persone in tutta Europa.

Recentemente, “Famiglia cristiana” ha meritoriamente intervistato un altro di questi personaggi, naturalmente sconosciuto al grande pubblico italiano e fors’anche a molti dei nostrani giornalisti e facitori di opinione. Si tratta di Robert Badinter. Chi sia lo dice già il titolo dell’articolo, firmato da Giorgio Vitali: L’uomo che abolì la pena di morte.

Era il 1981, il socialista Badinter, ministro della Giustizia con François Mitterrand, portò avanti con determinazione la battaglia per l’abolizione della ghigliottina, sino a ottenerla, avendo contro la maggioranza dell’opinione pubblica francese. Lo racconta al settimanale dei paolini: «Ho passato 60 anni della mia vita a lottare contro l’inumanità delle carceri, contro la violenza nelle carceri. E devo dire che le energie spese contro questa lotta sono state più intense di quelle spese contro la pena di morte in Francia e fuori Francia. C’è nella società occidentale una relazione nascosta e sinistra fra le condizioni delle carceri e la società».

Questa relazione diventa tanto più pericolosa quando la politica, l’informazione, la cultura rinunciano al proprio ruolo, per sintonizzarsi con gli umori e la pancia del Paese. È quello che sta succedendo ormai da troppo tempo in Italia, in un continuo gioco di specchi tra politica, media e pubblica opinione. È la base, del resto, dei diversi e crescenti populismi rappresentati non solo nell’ultima tornata elettorale. Si può anzi dire che questa perniciosa dinamica abbia contrassegnato tutta la Seconda Repubblica italiana. Non a caso cominciata nel tintinnare delle manette, tra le pubbliche gogne e con i cappi sventolati in Parlamento.

E tocca a tratti rimpiangere il ceto politico della Prima, che anche nelle sue forme degenerate, tra i tanti difetti non ha avuto quello di avere come unico riferimento la popolarità e il consenso, quale che sia e a ogni costo.

Dice Badinter: «Quando ero ministro ero l’uomo meno popolare del Governo». Vi sono riforme di civiltà e libertà, infatti, che impongono di seguire coscienza, valori e cultura, non il sondaggista di riferimento.

Le poche scelte di clemenza che la politica italiana ci ha consegnato in questi tempi recenti sono quelle domandate, o comandate, dagli Stati Uniti d’America per i loro agenti segreti arrivati a sequestrare sul territorio italiano. Mentre per i condannati di casa nostra, per i poveracci che gonfiano le galere, morendoci giorno per giorno o tutto in una volta, ci si limita alle frasi di circostanza, alle rassegnate dichiarazioni di impotenza.

Badinter ha 84 anni, ma le sue idee ed energie umanitarie sono fresche. Fatemelo almeno sognare come nostro nuovo Capo dello Stato.