Sergio Segio

Diritti & Rovesci

Nessuno tocchi Milano. Ma davvero

18 Maggio Mag 2015 1117 18 maggio 2015
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Milano è bella se e quando non è grigia. Il che, spesso, accade quando e perché qualcuno decide di seguire la propria coscienza e il richiamo dell’arte anziché inchinarsi al moloch della burocrazia e al totem della legalità. Proprio come ha scritto Pao, raccontando la storia del murale cancellato: «Nel 2001 dipinsi insieme a Linda il muro di via Cesariano. Uno dei miei primi muri, realizzato con il consenso dei frequentatori della piazza, genitori, abitanti negozianti. Ottenere il permesso da parte del Comune era operazione impossibile, quindi decidemmo di fare quello che ritenevamo giusto, andando oltre agli ostacoli burocratici. A volte, seguire la propria coscienza è la cosa giusta da fare, a volte il bello dell’arte è proprio questo. Raccogliemmo i soldi per i colori, coinvolgemmo i bambini, facendoci aiutare da loro per colorare, chiudemmo l’esperienza con una bella festa di inaugurazione. Un vigile passò di lì e in quanto dotato di buon senso, ci disse di continuare, che lui non aveva visto niente».

Quattordici anni dopo il buon senso sembra evaporato, raschiato via dall’esercito degli “attivisti della spugnetta”, improvvidamente mobilitati da una politica miope e nobilitati da una stampa conformista. Così i colori e i disegni che divertivano i bambini del quartiere sono stati rimossi dallo zelo di qualche giovane intossicato da quelle politiche law & order che, nate a destra, hanno, senza soverchie resistenze, culturalmente colonizzato molta parte della sinistra italiana.

Va dato atto che l’amministrazione comunale di Milano, di fronte alla censura cromatica, si è prontamente scusata con l’artista, invitato a reiterare il murale. Scuse sicuramente sincere, ma forse non del tutto consapevoli di ciò che l’episodio sottende e rileva, a volerlo leggere davvero. Fatto sta che sulla home page del Comune continua a campeggiare in primo piano una fotografia dell’esercito in divisa gialla e armato di solventi, a rivendicare l’operazione pulizia di “Nessuno tocchi Milano”. Del resto, l’autrice della rimozione dell’opera di Pao, immortalata da un video che ha spopolato sui social network, non è per nulla resipiscente, anzi ha sostenuto le sue ragioni con una lettera ai giornali, a incrementare il momento di propria notorietà. Ragioni imperniate – manco a dirlo – sulla paroletta magica: legalità. «I volontari dell’Associazione Pro Arco Sempione hanno agito ieri, nella rimozione del murales ormai vandalizzato e ammalorato da anni, nella piena autorizzazione e legalità. Autorizzazione che, va detto, mancava, in realtà, al tempo in cui quel muro fu dipinto nel 2001», rivendica.

Il dipinto illegale e dunque, in quella logica, si suppone vandalico, essendo stato a sua volta vandalizzato, andava rimosso per essere semmai rimpiazzato da un’altra opera, sempre di street art assicura la signorina, ma questa volta con la patente dell’approvazione preventiva degli organi competenti. Insomma, una street art legale, a dispetto delle sue origini e filosofie.

La sinistra ordinata e perbene, insomma, dopo essersi appropriata delle culture delle ronde, più o meno autoritarie, e delle guardie, più o meno padane, ora intende annettersi, snaturandola, anche la pratica dell’arte di strada. Non accorgendosi, così, di svelare il trucco: non è il contenuto o la funzione sociale che importa, ma la sua vidimazione dall’alto. Non è illegale sottrarre beni pubblici alla collettività, privatizzandoli o devastando porzioni di territorio con opere inutili ancorché (purché) costose, ma farlo senza previa autorizzazione.

In questa logica, non è illecito lasciare vuoti e inutilizzati interi palazzi sino a che la fatiscenza sopravvenuta ne consenta la demolizione e un riuso delle aree assai più redditizio per la proprietà, in genere finanziaria.

Un giochetto che funziona quasi sempre e che, ormai da qualche decennio, cambia in peggio il volto delle città e la qualità delle vita che vi si svolge.

Talvolta un piccolo sassolino inceppa però il meccanismo. Uno di questi sassolini si chiama Spazio di Mutuo Soccorso. È nato – illegalmente, ça va sans dire – due anni fa a Milano in piazza Stuparich 18 a partire dall’iniziativa del Centro Sociale Cantiere e del Comitato Abitanti di San Siro. È diventato una casa per molte famiglie che ne avevano bisogno, una palestra popolare, un mercatino dell’usato e del libero scambio, una ciclo officina, un laboratorio artistico, una università popolare e tante altre cose. In sostanza: un servizio sociale complessivo e complesso a costo zero per le casse pubbliche e ad alto rendimento di socialità per il quartiere.

Chi lo ha reso possibile, rischiando del proprio, non è un “esercito” come quello delle spugnette e, anzi, ha imparato sulla propria pelle ad avere poca fiducia nelle divise; ma certamente ama Milano e soprattutto la sua parte di popolazione più debole, privata di voce e di rappresentanza, sapendo che l’anima di un luogo è determinata dalle persone, non dagli archistar.

È semmai una rete, un collettivo di ragazzi e ragazze, propriamente e davvero “volontari”, che non gode di buona considerazione e di appoggi da parte delle istituzioni, mentre i media si guardano bene dal raccontarne esperienze e propositi, preferendo insistere sui modi non sempre urbani o agitandoli come spauracchi.

Certo, sono giovani probabilmente meno forbiti degli spugnettari di Retake (che, per carità, sicuramente sono in maggioranza animati delle migliori intenzioni). Certo, hanno spesso gli abiti trasandati e le mani sporche, ficcandole senza remore né richiesta di certificazione nella materia sociale, vale a dire nei problemi dimenticati della gente dei quartieri e delle periferie.

Domenica 18 maggio, mentre i loro coetanei ci davano dentro con solventi e vernice grigia, in favore delle telecamere, loro si sono sporcati le mani con la terra, sfidando la calura pomeridiana della desolata piazza Stuparich per riqualificarla con semina di fiori e deposizione di piante. Non credo avessero chiesto il permesso, né tanto meno il finanziamento per l’acquisto del necessario.

Come Pao nel 2001 hanno solo seguito la propria coscienza. E chissà che tra 14 anni – ma speriamo assai prima –  qualche assessore non presenti anche a loro le scuse della città e i ringraziamenti per averla resa più umana e meno grigia.