Pasquale Pugliese

Disarmato

La mia mamma, per esempio.

24 Gennaio Gen 2015 2158 24 gennaio 2015
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Ancora su papa, pugni, educazione nonviolenta. E memoria

Si è fatto un gran parlare nei giorni passati dell’ormai famosa frase del papa ai giornalisti, a commento delle tragiche vicende di Parigi: se qualcuno “dice una parolaccia contro la mia mamma è normale che si aspetti un pugno”. A me – educatore e formatore che cerca d’impegnarsi nella ricerca nonviolenta – i commenti apparsi più interessanti sono stati quelli di Moni Ovadia, “questa battuta in sostanza mira ad evitare la contrapposizione tra cristiani e musulmani”; di Sergio Manghi “per accedere alla pace e al perdono bisogna passare per il conflitto e non fuggirlo. Anche Gandhi non sarebbe d’accordo, la non violenza non è la non azione”; di Mao Valpiana “una parola può essere violenta se detta senza carità, e un pugno può essere amorevole se mosso da carità (pensiamo alle famose “cinghiate” date da don Lorenzo Milani ai suoi amatissimi figlioli di Barbiana)”; di Monica Lanfranco “O s’insegna in famiglia, scuola, chiesa e dopolavoro una cultura del rispetto, del ripudio della violenza (dalle parole ai gesti), o presto si arriva a superare quella soglia, quel limite, che trasforma il faticoso ma fecondo terreno del conflitto nella rapida e mortale guerra”.  A me la frase del papa, ed i commenti successivi, hanno fatto tornare in mente un episodio della mia fanciullezza…

Tropea, Calabria. A cavallo tra gli anni ’70 e ’80 frequentavo la scuola media della città. Un contesto difficile, abitato anche da ragazzi dalle storie già compromesse. Bullismo diffuso e sostanzialmente tollerato, perché coerente con il contesto sociale, culturale, ed anche politico, dominante. Scuola di sopravvivenza sociale e di socializzazione culturale. Anch’io, in più occasioni, sono stato vittima di episodi di bullismo. Sostanzialmente insulti, per il mio aspetto fisico di pre-adolescente cresciuto disarmonicamente troppo in fretta, o rivolti alla mia mamma. Da insultare, per definizione, per far male. Quando mi decisi a parlarne – tra le lacrime – a mia madre, alla presenza di mia zia, sua cognata, quest’ultima mi ricordava che la mia mascolinità passava anche dalla capacità di restituire pan per focaccia +1 (per un insulto un pugno, per un pugno due pugni…): “è normale” diceva “dopo non sarai più molestato”…Mia madre, maestra di scuola “materna”, come si chiamava allora, accogliendo la mia sofferenza, contraddiceva la zia, e mi spiegava pazientemente – sapientemente – che la loro violenza verbale e/o fisica non sarebbe stata vinta da una risposta uguale e contraria, che avremmo dovuto trovare insieme una soluzione, che avevo fatto bene a parlarne, che lei e mio papà sarebbero andati a parlarne con gli insegnanti e, se ciò non fosse stato sufficiente, anche con i genitori di quei ragazzi, che forse non avevano nessuno che spiegasse loro quanto male stessero facendo…Una lezione, per la vita. Credo di non aver mai dato un pugno a nessuno.

Di quella lezione, di quell’esempio di mia madre me ne sono ricordato quando, una quindicina d’anni più tardi, ho iniziato a fare l’educatore in contesti pomeridiani problematici, con i ragazzi della mia stessa età d’un tempo tra i  quali il passaggio dall’insulto al pugno era repentino e “normale”, appunto, e poi quando ho avviato percorsi di educazione ai conflitti nelle scuole secondarie di primo grado, chiamati non a caso “relazioni disarmate”,  e poi ancora quando ho contribuito a fondare quell’esperienza collettiva che è la Scuola di Pace di Reggio Emila, dove vivo da molti anni. Ma l’esempio di mia madre forse ha lavorato ancora più in profondità, aiutandomi a scegliere lo stesso impegno nonviolento sul piano culturale, ancor prima che politico, come impegno fondamentale. Quella consapevolezza che la violenza non si combatte con dell’altra violenza, ma solo con una proposta spiazzante, creativa, empatica, nonviolenta. No, non è normale aspettarsi un pugno dall’insulto alla madre, perché non è normale darlo. Neanche se lo dice quel sant’uomo di papa Francesco.

P.S.: a chi volesse approfondire il tema dell’educazione nonviolenta suggerisco di leggere il bel numero di Azione nonviolenta, novembre-dicembre 2014.