Marcello Esposito

Economica*mente

Un superbo Severgnini rivela "l'industria della fragilità"

26 Aprile Apr 2014 1249 26 aprile 2014
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Ho trovato superbo l'editoriale del Corriere della Sera, a firma di Beppe Severgnini, sulla "industria della fragilità". Spero che il termine prenda piede perchè consente di identificare bene la natura di chi trae profitto dalle debolezze di un paese prostrato dalle peggiore crisi economica e morale degli ultimi 60 anni.

Severgnini non fa sconti e non se la prende solo con i reietti della Stamina. I temi che individua e che collega tra loro sono quelli su cui abbiamo spesso dibattuto in questo blog e in quello dell'amico Marco Dotti: gioco d'azzardo legalizzato, precarietà e diseguaglianza, finanza predatoria. Il filo rosso che li accomuna è lo sfruttamento delle fasce più fragili della popolazione da parte di organizzazioni industriali. I precari costretti in una spirale di stage mal retribuiti e senza protezioni sociali; le persone confuse che giocano il loro futuro alle slot machine; gli anziani (ma non solo loro) che affidano il frutto di una vita di sacrifici a consulenti-banche pronte a sfruttare l'ignoranza finanziaria dietro le coperture formali dei questionari di profilazione e dei prospetti informativi semplificati (!!!).

E'  importante sottolineare che Severgnini usa la definizione di "industria" della fragilità e questo ha un significato preciso. Non stiamo parlando di singoli o di organizzazioni criminali. Stiamo parlando di una "industria" che è "legale": ha una sua normativa, ha le sue "authorities", è spesso quotata in Borsa e ha bilanci certificati. Il "cliente" è segmentato e profilato. Pubblicità, marketing ma anche tanta matematica, psicologia, statistica per ingegnerizzare il prodotto perfetto per massimizzare lo sfruttamento della miniera della fragilità.

Severgnini quindi non sbaglia quando afferma che l'industria della fragilità non conosce crisi: il fatturato del gambling è in crescita, le sgr italiane l'anno scorso hanno registrato utili record caricando sui fondi comuni commercializzati in Italia un livello commissionale spaventoso (quasi l'1,5%), mai sperimentato nei paesi occidentali e vicino quasi ai livelli da rapina applicati ai risparmiatori dei paesi dell'Est Europa. E mentre succede tutto questo, Banca d'Italia tuona contro l'assenza di riforme strutturali, le imprese che spendono poco in ricerca o la scuola italiana che non riesce a preparare studenti in grado di raggiungere i punteggi dei colleghi finlandesi o coreani.

Di fronte ad una industria, il consumatore "fragile" non ha alcuna speranza. La partita finisce solo quando la miniera è esausta e si passa ad un altro giacimento. Per questo negli USA la riforma Dodd-Frank, nata sulle rovine della crisi dei mutui sub-prime,  si riferisce esplicitamente alla protezione del consumatore. In Italia, quando riconosceremo che la robustezza di un sistema economico e finanziario non può basarsi sulla robustezza dei produttori e la fragilità dei consumatori? Quando avremo anche noi authorities schierate dalla parte dei consumatori perchè il loro obiettivo è solo ed esclusivamente quello, senza conflitti d'interesse con l'erario o i produttori?