Cecile Kyenge

europafrica

Burundi: quando il sincretismo politico-religioso diventa sistema

24 Dicembre Dic 2015 0759 24 dicembre 2015
  • ...

Domani è Natale, ma purtroppo c’è chi nel mondo lo festeggerà con la paura e la disperazione negli occhi. In Burundi, dove oltre il 95% dei cittadini è di fede cristiana, questa paura ha in parte origine nelle derive di un potere che confonde un mandato politico assegnato dai cittadini attraverso elezioni peraltro contestate con quello divino. Se in questo paese la separazione tra lo Stato e la Chiesa è scritta nero su bianco nella Costituzione, l’attuale leadership burundese, e in particolar modo il Presidente della Repubblica, molto affini ai movimenti evangelici, sono convinti che i loro poteri non possono essere rimessi in discussione perché scelti da Dio per dirigere questo fazzoletto di terra incastrato nel cuore dell’Africa centrale e ormai sull’orlo della guerra civile. E’ un aspetto poco noto dell’attuale crisi burundese, ma che va affrontato perché dimostra i pericoli che incorre il continente africano non solo con il fondamentalismo islamico, ma anche con quello cristiano.

Giunto al potere nel 2005, rieletto una seconda volta nel 2010, il Presidente Pierre Nkurunziza - noto in Burundi e in Africa per avere due grandi passioni: il calcio e la religione -, si è candidato nell’aprile scorso per un terzo mandato presidenziale, in violazione degli Accordi di Arusha (firmati nel 2000 per consentire al Burundi di uscire da 17 anni di guerra civile), sulla base dei quali è stata elaborata la Costituzione burundese. Nonostante le contestazioni della società civile e dell’opposizione, nonché la ferma opposizione di una larga parte della Comunità internazionale, tra cui quella del Parlamento europeo, Nkurunziza e il suo clan hanno deciso di schiacciare qualsiasi voce contraria al regime per mantenersi al potere. Il Presidente è riuscito a farsi rieleggere per una terza volta in agosto, ma le conseguenze di questa scelta, come potete immaginare, sono state drammatiche. Da crisi politica, quella burundese si è trasformata in gravissima crisi umanitaria. Secondo l’Alto-Commissariato delle Nazioni Unite sui diritti umani, almeno 400 persone sarebbero state uccise dall’inizio della crisi, “ma il bilancio potrebbe essere molto più elevato”. A questi si aggiungono quasi 4.000 persone arrestate, attivisti dei diritti umani e giornalisti in esilio, esecuzioni extragiudiziarie, 220.000 burundesi rifugiati nei paesi vicini e un numero imprecisato di sfollati.

Sia nella capitale Bujumbura che negli altri centri urbani disseminati in provincia, le forze dell’ordine moltiplicano le operazioni di rastrellamento nei quartieri più contestatari arrestando e, in molti casi, uccidendo giovani ragazzi sospettati di appartenere o appoggiare presunti ribelli protagonisti di attacchi armati sporadici. L’11 dicembre è stata la giornata più sanguinosa dall’inizio della crisi, che secondo alcuni osservatori rischia di far precipitare in un conflitto etnico. In un rapporto pubblicato oggi da Amnesty International e che potete scaricare qui, l’organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani sostiene che “in reazione ad attacchi armati contro tre campi militari a Bujumbura, la polizia ha lanciato delle operazioni di rastrellamento in alcuni quartieri sospettati di essere controllati dall’opposizione. I poliziotti hanno perlustrato numerose case, procedendo ad arresti arbitrari e uccidendo un numero molto elevato di persone”. Il bilancio è di almeno 87 morti, tra cui giovani uccisi per il semplice fatto di appartenere alla minoranza etnica tutsi. Mai avrei immaginato che in Burundi, paese afflitto da ripetuti conflitti etnici tra hutu e tutsi tra gli anni ’60 e il 2000, anno in cui vennero firmati gli accordi di pace di Arusha, i fantasmi dell’etnicismo potessero tornare tra i burundesi. Eppure oggi questo rischio sussiste, così come la logica che lo sottende e che Caritas internazionale ha saputo riassumere in modo efficace durante l’ultima sessione straordinaria del Consiglio delle Nazioni dei diritti umani che si è tenuto a Ginevra il 17 dicembre: “Il paese sta precipitando in una povertà spaventosa e la crisi attuale rischia di diventare un conflitto etnico quando invece è di natura politica”.

Per prevenire questo rischio e altri massacri, il Consiglio di pace e di sicurezza dell’Unione Africana ha proposto l’invio di una missione di peacekeeping composta da 5.000 soldati africani sostenendo sul suo conto twitter che “l’Africa non consentirà un altro genocidio sul suo suolo”. La scorsa settimana, il Parlamento europeo, grazie all’impulso del Gruppo dei Socialisti e Democratici al quale appartengo, ha adottato una risoluzione in cui ha chiesto il dispiegamento di una forza d’interposizione in Burundi e il congelamento di tutti gli aiuti non umanitari. Purtroppo ieri il parlamento burundese si è opposto a tale missione, optando per la peggiore delle scelte.

Ma questa scelta non è casuale, perché fedele alla linea politica adottata da Nkurunziza e dai leader estremisti che lo circondano. Il fatto che il presidente sia anche un pastore evangelico e membro della congregazione dei “born again”, convinto come sostiene il suo portavoce di essere diventato capo di Stato “per la volontà di Dio”, alimenta la crisi burundese di una dimensione “religiosa” che non va e non può essere ignorata. Il pericolo di un regime aggrappato ad un uomo che rifiuta di compiere qualsiasi passo indietro perché contrario ad una presunta volontà divina è forse il rischio più grande e nello stesso tempo irrazionale che corrono il Burundi, con ripercussioni gravi in tutta la regione. Non solo. Dall’Uganda alla Costa d’Avorio, passando per la Nigeria e la Repubblica democratica del Congo, l’influenza occulta dei movimenti evangelici è sempre più diffusa nelle alte sfere del potere. Chi ha mai sentito parlare del ricchissimo pastore nigeriano David Oyedepo, noto per le sue posizioni radicali nei confronti dell’Islam e promotore di preghiere elettorali per far rieleggere l’ex presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan? A Cotonou, in Benin, il misticismo del Presidente-pastore Boni Yayi, guarda caso coinvolto dalla Comunità internazionale per fare da mediatore tra Nkurunziza e l’opposizione, riassume bene questo bisogno di sincretismo poltico-religioso in molti leader politici africani. E’ un fenomeno su cui la Comunità internazionale dovrebbe prestare grande attenzione, prima che sia troppo tardi. Le fedi, tutte le fedi, e la libertà di culto, valore e diritto giustamente tutelato nella grande maggioranza delle Costituzioni africane, non possono invadere la gestione della cosa pubblica e mortificare il campo proprio delle altre libertà e degli altri diritti senza i quali non c'è autentica democrazia.