Cecile Kyenge

europafrica

Un anno in prima linea nelle relazioni UE-Africa

31 Dicembre Dic 2016 0753 31 dicembre 2016
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Cari lettori di Vita,

Siamo giunti alla fine di un anno che vorrei ripercorre con voi, un tentativo di rileggerlo fotogramma per fotogramma sul filo delle relazioni Europa - Africa che sono il tema di fondo di questo mio blog.

Sapete quanto reputi decisivo l’affermarsi dell’alternanza democratica per il futuro dell’Africa. Per questo parto da quello che considero il caso più emblematico e il più grande banco di prova: il Congo. Proprio mentre vi scrivo, la Repubblica Democratica del Congo sta vivendo un momento politico tremendamente gravido di conseguenze, un crisi che può svoltare in un definitivo tragico avvitamento o nella ‘rinascita’ di questo paese chiave dell’Africa centrale, grande come tutta l’Europa occidentale. Il secondo ed ultimo mandato del presidente Joseph Kabila è giunto al suo termine il 19 dicembre, ma Kabila non ha lasciato il potere, non ha organizzato le elezioni e aspira a succedere a sé stesso, manomettFendo la Costituzione che esclude un terzo mandato. Alla stregua di quanto accaduto in Burundi. Ma in Congo la popolazione si sta rivoltando, centinaia di migliaia di persone, soprattutto giovani, hanno opposto una pacifica resistenza a questo rottura del patto costituzionale. A questa mobilitazione popolare, che dura da mesi, ha risposto l’intervento durissimo dell’esercito per arginarne la forza pacifica: sarà impossibile risalire a quanti siano stati davvero i morti in questi giorni.

Questa crisi congolese è lo specchio di un continente che va osservato con grande lucidità, lontano dalla schizofrenia che accomuna afro-pessimisti e afro-ottimisti. Di fronte ai morti e alle macerie che il regime di Kabila sta accumulando a Kinshasa come nel resto del paese, ci sono cittadini che stanno opponendo una resistenza pacifica straordinaria che la comunità internazionale non può abbandonare. Sono loro, le donne, gli uomini e i giovani attivisti congolesi a poter segnare l’affermarsi della prima storica esperienza di avvicendamento ed alternanza democratica dall’indipendenza, in un paese che, per le sue dimensioni, può influire sul corso storico dell’intero continente. Mentre scrivo è in corso la dura trattativa finale fra tutti gli attori in campo, sotto l’egida della Conferenza Episcopale Congolese accompagnata dalla costante attenzione di Papa Francesco. Ogni giorno del 2016 mi ha visto impegnata, dentro e fuori dal Parlamento europeo, affinché lo sbocco di questa crisi segni la definitiva affermazione e non il tradimento della Costituzione, lo sgretolamento della democrazia e la distruzione di una speranza profonda di cambiamento in Congo. Non c’è passaggio di questa crisi che non sia stato seguito da una chiara presa di posizione del Parlamento Europeo che, nonostante tutti i nostri limiti, ha fatto sentire alla società civile congolese la vicinanza dell’Europa.

Le missioni di osservazione elettorale UE. La stessa linea di frattura della crisi congolese attraversa il continente: da una parte la spinta all’autoconservazione di regimi inamovibili, dall’altra la spinta al cambiamento attraverso la democrazia. Protagonisti: i giovani africani. L’ho sperimentato da vicino durante questo anno partecipando alle missioni di osservazione elettorale in rappresentanza dell’Unione Europea: dallo Zambia al Gabon, con esiti opposti. In Zambia, dopo sono stata capo missione dell’Unione Europea, pur tra elementi di criticità, le elezioni hanno visto consolidarsi la democrazia, non hanno visto in discussione la qualità dell’esito elettorale. In Gabon, dove sono stata membro della delegazione del Parlamento europeo integrata alla Missione di osservazione elettorale (MOE) dell’UE, ho toccato con mano la fragilità delle istituzioni democratiche che non hanno retto alla spinta verso l’alternanza democratica, una spinta che è stata “fermata”. Il rapporto finale che come Missione abbiamo presentato a Libreville l’11 dicembre scorso ha messo in evidenza a chiare lettere le gravi “anomalie” nei risultati emersi, in particolare nella provincia di Haut-Ogooué, feudo del presidente uscente Ali Bongo, anomalie che hanno messo in discussione “l’integrità del processo di consolidamento del risultato finale dell’elezione” e inficiato la vittoria contestatissima di Ali Bongo, in un clima di violenza generalizzata e di pressioni esercitate sui membri della MOE. Due esiti opposti, quindi, e io continuo a pensare che lungo questa linea di frattura sull’asse dell’alternanza democratica si giochi tanta parte delle speranze di futuro dell’Africa.

Giovani e attivisti all’Africa Week. La spinta al cambiamento democratico ha per protagonisti i giovani africani, i loro movimenti attivi in tanti paesi. Vanno sostenuti. Da qui al 2050, l’Africa registrerà una crescita demografica tra le più forti del pianeta, il 40% delle nascite avveranno tra Algeri e Città del Capo e circa il 40% dei bambini nel mondo vivranno sul continente africano. Il futuro appartiene ai giovani ed è sulla gioventù che dobbiamo scomettere per rafforzare i legami che uniscono gli europei e gli africani. Per questo abbiamo voluto che l’Africa Week che come Gruppo S&D abbiamo organizzato per la prima volta nel marzo scorso al Parlamento europeo fosse un’occasione straordinaria per accogliere alcuni fra i nuovi giovani leader più influenti del continente africano di domani, ma che già oggi stanno provando a cambiare la storia del loro paese. Personalità come Serge Bambara del movimento Burkina Balai citoyen, Floribert Anzuluni del movimento congolese Filimbi oppure Fred Bauma della LUCHA incarnano le aspirazioni di milioni di giovani africani, stanchi di vedere vecchi leader corrotti violare la loro Costituzione per rimanere al potere, tradendo quotidianamente le loro speranze. La caduta del dittatore Blaise Comparoe e il ritorno alla democrazia in Burkina Faso, che ho seguito da vicino perché anche in quel caso ero alla guida della Missione elettorale dell’Unione Europea, ha avuto protagonisti proprio la mobilitazione popolare della società civile, i giovani e questa è stata la dimostrazione della forza dirompente della richiesta di cambiamento attraverso la democrazia che sta crescendo, un sentiero alternativo all’auto-perpetuarsi dei regimi autoritari in Africa.

Le sfide migratorie. Ma i giovani africani sono anche coloro che di fronte alla mancanza di prospettive nei propri paesi aspirano a raggiungere la ‘terra promessa’ dell’Europa, sfidando la morte nei deserti del Sahara e attraversando il Mar Mediterraneo. Bisogna agire alla radice, sui fattori di spinta che forzano questi giovani ad emigrare: è stato questo uno dei pilastri del Rapporto parlamentare sulla crisi migratoria che ho portato al voto del Parlamento UE nell’aprile scorso. Ed è stato questo lo spirito del ‘Migration campact’ proposto dal Governo italiano, l’idea di una cooperazione mirata con i paesi extra Ue di origine e transito dei migranti, mediante l'utilizzo di strumenti finanziari innovativi. Due mesi dopo la Commissione europea ha presentato un ambizioso piano d’investimenti proprio per agire a monte dei flussi migratori provenienti dall’Africa. Ai lettori di Vita.it, vorrei ricordare che già nel novembre 2015 l’UE a La Valletta aveva deciso assieme ai partner africani la creazione di un Trust Fund da 1,8 miliardi di euro per affrontare le crisi migratorie con questa stessa logica, alla radice, ma ad un anno di distanza l’apporto dei governi europei è risultato ben lontano dagli impegni presi a Malta (poche decine di milioni di euro contro gli 800 milioni annunciati). Oltre alle promesse non mantenute, non possiamo ignorare le preoccupazioni della società civile circa la trasparenza con cui il Trust Fund for Africa viene implementato e soprattutto i rischi che progetti legati alla sicurezza prevalgano su quelli di sviluppo. Nel 2017, dovremo mantenere gli occhi aperti affinché i fondi sulle migrazioni in Africa siano davvero utilizzate in modo trasparente per creare posti di lavoro per i giovani e favorire le condizioni di uno sviluppo davvero sostenibile, sul campo.

I minerali del conflitto. La sfida è titanica, ma non impossibile da raccogliere. Le cause di questi spostamenti migratori le conosciamo: sono la povertà estrema, i conflitti armati, i regimi autoritari che violano diritti umani e civili, i cambiamenti climatici e l’iniquo sfruttamento delle risorse del sottosuolo africano. Ed una delle battaglie più importanti combattute quest’anno riguarda proprio i cosiddetti “minerali del sangue” o “minerali del conflitto”, battaglia lanciata dopo una missione sul campo come Gruppo S&D, effettuata insieme al presidente Gianni Pittella nell’est della Repubblica Democratica del Congo per verificare le condizioni drammatiche di sfruttamento dei lavoratori congolesi nelle miniere. In seguito all’approvazione di un nostro emendamento che, rispetto alla proposta iniziale della Commissione UE, era teso ad introdurre la tracciabilità obbligatoria anziché volontaria per le imprese europee che importano minerali da zone di conflitto, nel giugno scorso le tre istituzioni dell’Unione Europea – Commissione, Parlamento e Consiglio - hanno finalmente raggiunto un accordo che rende a tutti gli effetti questa tracciabilità obbligatoria. Questa intesa apre un varco, farà sì che il commercio contribuisca alla pace e alla prosperità delle comunità coinvolte da conflitti armati, e non alla loro schiavizzazione e spoliazione.

I negoziati UE-ACP sul post-Cotonou. Tutti questi temi di relazione fra l’Europa e l’Africa vanno ricondotti ad una visione unitaria. C’è una strumento per farlo. Come sapete, l’Unione Europea e i paesi delle regioni Africa-Caraibi e Pacifico (ACP) stanno conducendo discussioni informali sull’Accordo di Cotonou, in scadenza nel febbraio 2020. Siglato nel 2000, tale accordo mira a lottare contro la povertà, legando tra loro dialogo politico, cooperazione commerciale e rispetto dei diritti umani. E' grazie a questo accordo di Cotonou che l'UE può esercitare pressioni sui governi dell'area ACP, fino a sospendere gli aiuti europei per gli Stati che violano i diritti umani e civili. Così è stato per il Burundi, paese dove in seguito alle pressioni esercitate assieme ai miei colleghi del Gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, l’Unione ha deciso di attivare l’articolo 96 di Cotonou e sospendere i fondi per lo sviluppo diretti allo Stato burundese, colpevole di violazioni gravissime dei diritti umani, garantendo però gli aiuti destinati ai cittadini burundesi, ivi compresi quelli umanitari. Entreremo l’anno prossimo nel vivo de negoziati. Come vice-Presidente dell’Assemblea Parlamentare Paritaria UE-ACP (APP), manterrò alta l’attenzione del Parlamento UE sui negoziati tra l’Unione Europea e i 78 paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, affinché la democrazia, i diritti umani e civili, lo Stato di diritto e la good governance si rafforzino come pietre angolari nel nuovo accordo e principi vincolanti per qualsiasi strumento finanziario che verrà riservato ai paesi ACP dopo il 2020.

Vorrei concludere con uno degli ultimi atti di questo 2016: l’aver accolto al Parlamento i protagonisti della Marcia per la pace per Beni , partita da Reggio Emilia e giunt a Bruxelles. 1.400 chilometri e 47 giorni di cammino per dire no ai massacri che dal 2014 colpiscono la città di Beni, nel Kivu (RDC), dove è in corso una pulizia etnica che va fermata e che ho portato all’attenzione del Parlamento in più occasioni. Ed è anche uno de sogni per il 2017: la fine dei massacri a Beni.

Fofo di copertina: Edoardo Soteras/Getty Images