Flaviano Zandonai

Fenomeni

Una second life per le istituzioni

8 Gennaio Gen 2017 2117 08 gennaio 2017
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Un parco delle istituzioni perdute. Ne parlavo qualche settimana fa con alcuni colleghi, scherzando ma non troppo. La sede potrebbe essere in Trentino, un territorio densissimo di istituzioni - pubbliche ma non solo - che sopravvivono, tra alti e bassi, dentro una specie di riserva, alcune da secoli altre da qualche decennio. Un misto tra mostra campionaria e cimitero degli elefanti. In Trentino infatti c'è provincia, addirittura autonoma, mentre le altre dovrebbero / dovevano sparire; è un reliquiario dei commons ambientali (carte di regola, usi civici) mentre i beni comuni rinascono, o si cerca di farlo, in nuovi contesti; è un laboratorio - tra alti e bassi - di riallineamento della partecipazione pubblica tra il centralismo locale e il pulviscolo delle amministrazioni comunali (le comunità di valle); infine c'è una presenza diffusa di cooperative di credito e di consumo strattonate da aggregazioni su scala nazionale da una parte e dalla riscoperta del loro carattere di "imprese di comunità" dall'altra.

Tutto sommato potrebbe funzionare questo bizzarro parco tematico, considerato lo stato in cui versano le istituzioni in generale, in particolare quelle politico-amministrative e i cosiddetti "corpi intermedi" della società civile organizzata. Sempre più in basso nella considerazione della pubblica opinione, ad esempio quella sondata dall'osservatorio sul capitale sociale di Demos o da altre survey più recenti che sanciscono la debacle di questi attori non solo nell'agire presente, ma soprattutto guardando al futuro. Vale per partiti e sindacati, ma anche per altri soggetti come la chiesa cattolica dove si nota un divario sempre più evidente tra l'istituzione e il suo attuale leader. Forse non è un caso che proprio intorno alla figura di Francesco si faccia così tanto "personal branding", come direbbero gli esperti di marketing digitale. E per rincarare la dose si nota che il papa è pure un'eccezione. L'effetto di compensazione della leadership sull'istituzione sembra funzionare, almeno per ora, solo nel suo caso. Negli altri contesti neanche i leader emergenti che guardano con un misto di distacco (quasi disprezzo) alle istituzioni (anche quelle che governano) riescono nell'impresa di risintonizzarsi rispetto a bisogni e aspirazioni emergenti.

La mappa parla chiaro. In basso - nella considerazione degli italiani - ci sono proprio i soggetti istituzionali che dovrebbero incarnare quei principi valoriali, ma anche di scopo, che invece guidano questa difficilissima transizione. Principi che mai come oggi contengono un esplicito valore sociale e ambientale che si traduce non solo in una rinnovata voglia di partecipazione civica e politica, ma anche - e questa è la principale novità - in iniziative d'impresa che rischiano e investono sul valore sociale, non come risultato di favorevoli condizioni di contesto ma per costruire, con l'economia, una nuova socialità.

Lì nel mezzo chi rimane? Se si diradano le istituzioni pubbliche e della società civile che abbiamo fin qui conosciuto chi colma il divide rispetto a una spinta sociale in termini di partecipazione, ma anche scelte di consumo, di lavoro, di stili di vita? La risposta è di nuovo in mappa: il mare magnum della connettività digitale. Un campo nel quale, con tutte le contraddizioni e le ambivalenze del caso, si diffondono schemi di azione sociale che intercettano e rigenerano parole chiave come "condivisione" e "cooperazione". Di solito il digitale viene rappresentato come un contesto fluido, il regno della disintermediazione che libera dalle appartenenze istituzionali. In realtà non è proprio così perché sono già all'opera modelli di organizzazione che alimentano e gestiscono la connettività. Sono le aziende piattaforma che distruggono e ricostuiscono interi comparti industriali: turismo, mobilità, lavoro estraendone il valore in misura anche maggiore rispetto al capitalismo della old economy. Ma è lo stesso contesto dove, anche per reazione, nascono e si diffondono innovazioni sociali che attraverso una capacità totalmente nuova di gestire dimensione analogica e digitale contribuiscono a creare forme di aggregazione che utilizzano l'iperconnettività per inspessire le relazioni che sono la principale fonte di valore per i beni e servizi del futuro.

Più che un parco (nostalgico), meglio una second life per le istituzioni. Perché già oggi, in fondo, è così. I meetup aggregano opinione pubblica (e non solo del M5S), le social street ridisegnano i servizi pubblici locali, le piattaforme di crowfunding (civico) allargano l'ammontare delle risorse e la platea dei finanziatori, le banche del tempo amplificano le opzioni di impegno volontario, le piattaforme di coproduzione distribuiscono meglio i servizi di welfare contribuendo a renderli più efficaci e sostenibili. Certo è tutto molto ibrido, ma non per il gusto di baloccarsi con nuove forme giudiche e modelli organizzativi, ma per le caratteristiche di questo nuovo campo istituente, dove a farla da padrone è una modalità di azione più diretta, a misura di obiettivo e dunque d'impatto.

E se fosse questa la sfida principale per la riforma del terzo settore?