Franco Bomprezzi

Francamente

Liu Xiaobo, mettiamoci la faccia

9 Ottobre Ott 2010 1626 09 ottobre 2010
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Era tempo che non mi emozionavo così per l'assegnazione di un premio Nobel per la Pace. Guardo il volto di questo professore, scrittore, combattente per la libertà. Ha gli occhiali, dietro i quali spunta un sorriso lieve, intelligente, ironico. E' uno di noi. Un uomo di questo millennio. Liu Xiaobo.  Ho deciso in un attimo. Ho salvato la foto nel mio computer, l'ho inserita nel mio profilo di facebook. Ho tolto la mia faccia e ho messo la sua. Fino a quando non lo libereranno, gli presto volentieri lo spazio della mia immagine planetaria, quella del social network più diffuso, e ora censurato in Cina. Stanno facendo come me in molti, sempre troppo pochi, ma è divertente, e fa un certo effetto.

Penso che se fossimo davvero tanti a farlo, oggi, domani, dopodomani, fino al giorno della liberazione dal carcere e della restituzione al suo popolo di uno dei personaggi più belli e puliti che la storia ci abbia regalato in questi decenni, probabilmente davvero avremmo contribuito, in modo pacifico e non violento, a cambiare il mondo in meglio.

Perché mi sto appassionando alla storia di Liu Xiaobo ? Perché è incredibilmente bella e drammatica, e perché mi sono accorto che senza i riflettori del Nobel non l'avrei conosciuta a fondo. Avevo letto di lui, della sua decennale battaglia per i diritti e per la democrazia in Cina, dai tempi di piazza Tien an Men. Ma ammetto di non aver fatto nulla per approfondire, per documentarmi, per condividere. Dov'ero due anni fa quando l'utopia e la speranza di Carta08 si infrangeva contro le paure e le barriere della dittatura cinese? Non me lo ricordo. Era Natale, forse festeggiavo banalmente non so cosa.

Oggi cerco di riprendere il mio tempo, il senso di appartenenza alla storia. Cerco di avere, come trent'anni fa, quando ero ragazzo, un ideale per il quale combattere con le idee, per una società più giusta. Liu Xiaobo è in carcere, non sa neppure di aver ricevuto il Nobel. Sua moglie in queste ore è scomparsa, il regime sta interpretando la sua parte seguendo un copione antico, ma i tempi sono cambiati. So che la Cina viene vista dall'Occidente e dall'Italia in particolare come il Paese di Bengodi, per i nostri investimenti, per le esportazioni. Ce ne freghiamo della libertà. Proprio il giorno prima del Nobel abbiamo celebrato questo idillio, con tanto di incontri ufficiali e di esaltazione di un'amicizia interessata. Ieri il silenzio, totale, dopo l'annuncio da Stoccolma. Obama ha alzato la voce, ha gridato: "Liberatelo". Qui niente, silenzio e dintorni.

Non so, penso che forse Liu Xiaobo ci può aiutare a riprendere in mano il nostro destino di cittadini liberi. Mi piacerebbe un corteo di studenti per lui, e non contro la Gelmini. Mi piacerebbe un appello forte del nostro Governo per la liberazione immediata di quest'uomo che non ha torto un capello a nessuno, e che deve scontare undici anni di carcere per reati di opinione. Mi piacerebbe un bel dossier sui giornali italiani tutto sulla libertà in Cina e nel mondo, sugli affari sporchi, sull'ambiente degradato, sul potere dei soldi. Mi piacerebbe tornare a sentir battere il cuore per una giusta causa, finalmente, come quando ci infiammavamo, con idee diverse ma con un sentire comune, per la primavera di Praga e per il Vietnam. Forse ce la possiamo ancora fare.

Io, intanto, ci ho messo la faccia. Grazie Liu Xiaobo. Vinceremo.