Franco Bomprezzi

Francamente

Una foto e lo stigma

17 Agosto Ago 2011 1127 17 agosto 2011
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Osservate bene questa foto. Che cosa vedete? C'è sicuramente una persona in sedia a rotelle, che si gira per parlare con due signori in piedi alle sue spalle. Sullo sfondo altre persone e si capisce che siamo in un luogo pubblico. L'uomo con la cravatta che si china leggermente verso la persona disabile è assai noto. Il signore accanto a lui, che sembra in quel momento spingere la sedia a rotelle, è abbastanza conosciuto. Meno del primo, ma comunque è sicuramente riconoscibile. La persona in sedia a rotelle spicca per essere meno elegante degli altri due, indossa una vistosa polo rossa, denota una pancia purtroppo non indifferente, e si capisce che fa un po' fatica a parlare con i due in quella posizione non troppo confortevole.

Questa foto, pubblicata su facebook nella pagina "Giuliano Pisapia sindaco x Milano", fa parte di un album intitolato, in modo asettico: "Ferragosto con i cittadini: Centro Ricreativo Porta del Cuore". La didascalia di questa immagine è assolutamente stringata e inconfutabile: "Pierfrancesco Majorino, Franco Bomprezzi e Giuliano Pisapia". Inutile dire che il signore assai noto è Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, la persona abbastanza nota, che sembra spingere la sedia a rotelle, è l'assessore alle politiche sociali, Pierfrancesco Majorino. Il terzo, in sedia a rotelle, sono io. Chi mi conosce sa bene chi sono e che cosa faccio. Ma molti "fans" del sindaco probabilmente no. E così accade che si possano leggere, a corredo di questa foto, alcuni commenti particolarmente significativi. Li riporto (ovviamente non li giudico in alcun modo, mi limito a registrarli): "gesto lodevole..", "Speriamo non sia solo retorica, tutti i sindaci nelle feste comandate vanno a trovare i meno abbienti...", "un sindaco a ferragosto insieme ai disabili....", "Ke persona umana e sensibile!! Invece di trascorrere il ferragosto in localita' balneari lo passa in una citta' accaldata insieme alle persone ke soffrono...". Ecco fatto. Sono tutti commenti positivi (per il sindaco). Ma sono tutti commenti che partono da una convinzione secca, precisa, neppure un attimo di dubbio: il signore in sedia a rotelle nella foto evidentemente è una persona che soffre, è un bisognoso, ed è bello che il sindaco abbia tanta sensibilità umana.

Questa foto, con i relativi commenti, secondo me chiarisce in modo esemplare che cosa si intende per pre-giudizio, e per stigma sociale. Io, nell'immaginario collettivo, sono prima di tutto la mia carrozzina. Poi sono sicuramente una persona fragile, debole, sofferente. Solo chi mi conosce direttamente sa bene il motivo per il quale io ero lì, insieme al sindaco e all'assessore. Ero lì perché sono consulente del sindaco e dell'assessore sulle politiche per la disabilità. Ho un ruolo politico, dunque, e di competenza specifica. Ma chi vede la foto, e non sa, arriva immediatamente al giudizio, ed è curioso che questo avvenga in modo così netto in una situazione particolare, che è di pieno apprezzamento per il "gesto" del sindaco. Non ricordo, adesso, che cosa ci stessimo dicendo in quell'istante. Molto probabilmente stavo scherzando con Pisapia a proposito dei tantissimi baci e abbracci che stava ricevendo in quelle ore da parte di anziane signore entusiaste. E Majorino - questo lo ricordo bene - mi stava dicendo, sottovoce: "Ecco, adesso diranno che sto spingendo un disabile....". Ironia profetica. Con Pierfrancesco su questo punto parliamo assolutamente la stessa lingua e il giovane assessore ha capito perfettamente quanto sia importante far comprendere la dignità e l'autonomia delle persone con disabilità. Io per lui sono un amico e - in piccola misura - un punto di riferimento per confrontare idee e iniziative in un settore così delicato e complesso come quello dei servizi alle persone con disabilità.

Del resto in quella bellissima giornata di Ferragosto, trascorsa assieme al sindaco, all'assessore e ai funzionari del Comune, in più di una occasione l'equivoco e il pregiudizio stavano per travolgermi con effetti comici degni di una gag. In una casa di riposo, ad esempio, una balda signora che si riteneva evidentemente al centro delle operazioni organizzative mi ha pregato - dandomi ovviamente del tu - di spostarmi dal centro del corridoio per lasciar passare il sindaco, che sicuramente (così mi tranquillizzava) "si sarebbe fermato a dare un saluto anche a me". In un centro ricreativo, in un attimo di tranquillità, altri gentilissimi anziani volevano rimpinzarmi di pizzette e di salatini, mentre attendevo che l'assessore terminasse un colloquio un po' riservato. Non mi offendo mai, non sono permaloso, ma mi limito a osservare e a sorridere.

In generale, durante questa prima uscita pubblica, in un ruolo di supporto al sindaco e all'assessore, ho notato quanto sia difficile muoversi con leggerezza e autonomia, in sedia a rotelle, specie quando, per stanchezza o per essere particolarmente veloci negli spostamenti, c'è bisogno di un piccolo aiuto, insomma, di una spinta. Improvvisamente mi sono reso conto di quanto pesi la perdita - sia pure momentanea - di autonomia decisionale. Niente di drammatico, anzi devo ringraziare tutti coloro che mi hanno, di volta in volta, dato una mano: va detto che, ovviamente, abbiamo incontrato nel percorso anche molte piccole barriere, rampe dalle pendenze montanare, gradini maligni, porte strette, passaggi attraverso percorsi secondari (quante cucine e ripostigli si visitano quando ci si muove in sedia a rotelle...). Ultima notazione curiosa: ci siamo spostati, per l'intera giornata, con un radiobus, unico mezzo decisamente accessibile, e comodo per tutti, non solo per me. Anche in questo caso è sfuggita, nei commenti alle foto, la motivazione - banale - di questa scelta, che non aveva alcuna connotazione "politica" ma solo pratica.

La morale? Non c'è, o meglio, sarebbe troppo lunga. Mi limito a riflettere: quanta strada ancora dobbiamo percorrere perché lo stigma e il pregiudizio ci abbandonino? "How many roads must a man walk down, before you call him a man..." ("Blowing in the wind", Bob Dylan, 1962).