Franco Bomprezzi

Francamente

Questo è lo spread peggiore

17 Ottobre Ott 2012 1114 17 ottobre 2012
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Scoprire di aver ragione in genere fa piacere. Ma in questo caso è vero esattamente il contrario. I dati che emergono dall’interessante indagine del Censis in collaborazione con la Fondazione Serono ha il pregio di affondare il coltello nella piaga di una informazione spesso approssimativa e tendenziosa, che negli ultimi tempi ha alimentato (grazie a ben condotte campagne di ispirazione politica e addirittura governativa) il luogo comune di un eccesso di spesa assistenziale nei confronti delle persone con disabilità, soprattutto in riferimento agli emolumenti e alle pensioni erogate agli invalidi civili. Il confronto asettico e imparziale con gli altri Paesi europei a democrazia e a welfare comparabili (dal Regno Unito alla Francia, dalla Germania alla Spagna) riporta con i piedi per terra e rivela un triste e deplorevole primato in negativo. Balza agli occhi con grande violenza la comparazione tra i 703 euro della Germania e i 438 euro dell’Italia, per non parlare dei 395 euro della Spagna, nella graduatoria della spesa pubblica destinata alla protezione sociale delle persone con disabilità.

E’ quasi irridente rilevare come anche in questo campo lo spread sia elevatissimo. A dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che la ricchezza economica di un Paese deve poter destinare una quota consistente del Pil proprio per compensare lo svantaggio  e le difficoltà di chi vive in una condizione di disabilità. Quella del Censis è una risposta tecnica al governo dei tecnici, che hanno dimostrato purtroppo in questi mesi una crescente incapacità di “vedere” la realtà sociale del Paese e di provvedere non solo in termini di mera ragioneria contabile ma di equità sostanziale.

Troppe partite sono state congelate: dall’inclusione lavorativa a quella scolastica, dai servizi di assistenza domiciliare alla tutela reale della famiglia. Non è difficile peraltro prevedere che queste statistiche faranno fatica a trovare spazio nei media generalisti e nelle discussioni dei talk-show. La disabilità infatti rimane pur sempre un tabù della comunicazione. Perché disturba il manovratore. E turba la coscienza. O almeno quel che resta della coscienza.