Federico Anghelé

Fuori dall'ombra

Sul whistleblowing ci vuole subito una legge. Parola di Raffaele Cantone

23 Giugno Giu 2017 0024 22 giugno 2017
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Raffaele Cantone non ha usato giri di parole: la proposta di legge a tutela dei whistleblower va approvata entro la fine della legislatura. Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione ha sottolineato l’importanza che l’Italia si doti finalmente di una normativa organica che protegga chi segnala malfunzionamenti, corruzione, ruberie sul posto di lavoro correndo il rischio di venire demansionato, mobbizzato, licenziato.

Cantone ha presentato ieri il secondo report sul whistleblowing in Italia stilato dall’ANAC, che segna un significativo incremento delle segnalazioni: se nel 2016 erano state complessivamente 252 (200 nel 2015), nei primi 5 mesi di quest’anno sono già 263. Numeri in forte crescita ma ancora risicati, che testimoniano una certa riluttanza da parte dei dipendenti (pubblici) a segnalare episodi sospetti cui assistono al lavoro. Diffidenza in buona parte riconducibile all’assenza di una legge che, riconoscendo il ruolo fondamentale dei whistleblower (letteralmente: colui che suona il fischietto) nella prevenzione di corruzione e illegalità, li tuteli in caso di maltrattamenti di varia natura o perdita del posto di lavoro. La legislazione italiana è ancora molto arretrata: benché la legge Severino (190/12) abbia previsto, per la prima volta, la figura del segnalante quale fondamentale presidio di legalità, il testo firmato dall’ex Guardasigilli non mette in campo reali strumenti per difendere i whistleblower “perseguitati” a seguito delle loro disclosure. Ulteriore debolezza della legge è quella di valere solo per il settore pubblico, tralasciando completamente il comparto privato.

La politica non è rimasta con le mani in mano: il 20 gennaio 2016 la Camera ha approvato una proposta di legge che garantirebbe finalmente una efficace tutela a chi segnala. Non è il miglior testo possibile, ma di certo una buona base di partenza. Peccato che il Senato in un anno e mezzo non abbia ancora licenziato il nuovo testo, che giace in Commissione Affari costituzionali assieme a tanti altri provvedimenti importanti per le sorti del Paese. Riparte il futuro e Transparency International Italia hanno lanciato oltre un anno fa la campagna #vocidigiustizia che si prefigge, prima di tutto, di far discutere il testo a Palazzo Madama suggerendo alcune importanti migliorie sottoscritte peraltro dalla stessa ANAC. A poco sono servite per ora le oltre 57.000 firme raccolte dalla campagna e le testimonianze di whistleblower che si sono messi a nudo raccontando le loro storie, fatte di coraggio ma anche di dolore.

Il report presentato dall’Autorità anticorruzione può contribuire a risvegliare il Parlamento su un tema tutt’altro che secondario anche perché i dati evidenziati da ANAC sono nient’affatto trascurabili: innanzitutto, il dossier confuta i soliti luoghi comuni che vorrebbero un Meridione tradizionalmente omertoso. Il 45% delle segnalazioni arrivano dal Sud, contro il 38% provenienti dalle regioni del Nord e il 18% da quelle centrali. La maggior parte sono state effettuate da non meglio specificati dipendenti pubblici (67%), categoria che poco dice sugli ambiti professionali e il livello gerarchico dei segnalanti. Al secondo posto vengono i dirigenti (11%) e poi i responsabili prevenzione della corruzione, figure esistenti in tutti gli enti pubblici. Solo l’8% delle segnalazioni è stata anonima. La maggior parte (27%) riguardano appalti illegali, concorsi truccati (18%) e incarichi e nomine illegittime (16%). Da non trascurare le segnalazioni di danno erariale (11% del totale) e quelle di corruzione (10%), a dimostrazione che una più efficace diffusione della pratica del whistleblowing potrebbe contribuire a prevenire malfunzionamenti e cattive condotte aiutando gli enti pubblici a risparmiare, a isolare i responsabili delle ruberie e a individuare le falle del sistema.

Nonostante il campione numericamente ancora limitato, dai dati emergerebbe come il vero buco nero dell’illegalità sia rappresentato dagli enti locali (regioni, comuni): quasi il 50% delle segnalazioni riguardano infatti le amministrazioni territoriali, seguite poi dai ministeri (20%) e dagli enti ospedalieri e sanitari (16,94%).

Il report colleziona anche una serie di focus specifici su singole amministrazioni locali che aiutano a comprendere meglio la rilevanza delle segnalazioni: nel triennio 2014 - 2016, ad esempio, Roma Capitale ne ha contate 44. Di queste, 22 sono state archiviate, 16 sono in corso di istruttoria e 3 inoltrate all’Autorità giudiziaria. Alcune riguardano la mancata rotazione del personale, come invece sarebbe prescritto dalla legge; altre, la scarsa trasparenza nelle procedure per la formazione di graduatorie; ancora, il malfunzionamento di diversi dipartimenti della burocrazia capitolina. A dimostrazione che le segnalazioni dei whistleblower possono contribuire a correggere disfunzioni che rendono spesso la pubblica amministrazione inefficiente e ostile a tutti noi.