Roberto Brambilla

Fuorigioco

David Millar, all'inferno (del doping) e ritorno

14 Luglio Lug 2012 1236 14 luglio 2012
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A volte ritornano. E il ritorno può avere l'odore della redenzione. Come è successo a David Millar, ciclista britannico che ha vinto ieri la dodicesima tappa del Tour 2012 sul traguardo di Davezieux. Un lunga fuga e la volata con il francese Jean-Christophe Peraud. E alla fine il fiatone, sdraiato sull'asfalto. E le dichiarazioni. “Non è la mia prima vittoria al Tour, però questa è una vittoria pulita, senza uso di doping, ed è importante per me, per la squadra e per il ciclismo, perché dimostra che si può vincere senza doparsi”.

Sì, perchè David Millar era un dopato. Che prima del 2004, anno del suo arresto in Francia e della sua confessione aveva vinto una medaglia d'argento nella cronometro ai Mondiali di Lisbona del 2001, il prologo del Giro di Francia nel 2000, indossando anche la maglia gialla e aveva conquistato una serie di corse di un certo livello. Un ciclista, trovato dalla polizia francese in possesso di siringhe e di farmaci vietati e che ha ammesso di essersi iniettato eritropoietina per due anni, tra il 2001 e il 2003 e che per queste pratiche è stato condannato nel 2004 a due anni di squalifica.

Un periodo in cui Millar non ha nascosto di aver spesso affondato i pensieri nell'alcool e di aver riacquistato la sua dignità di atleta piano piano, allenandosi con la nazionale britannica di ciclismo su pista al velodromo di Manchester. La nuova possibilità gliela offre nella primavera del 2006 la Saunier Duval-Prodir, team spagnolo capitanato dal ticinese Mauro Gianetti. L'inizio non è facile, perchè per quelli come Millar molti invocavano la squalifica a vita. Il ciclista inglese partecipa al Tour 2006, dove arriva a quasi 2 ore dal vincitore Oscar Pereiro Sio, nel 2007 è campione britannico sia nella cronometro che nella prova in linea, negli anni successivi vince ancora nella corsa francese e riesce nel 2011 a indossare per due giorni la maglia rosa al Giro d'Italia.

Vittorie ma anche un impegno contro il doping che è culminato l'anno scorso con l'uscita dell'autobiografia intitolata “Racing through the Dark”. E' il ritratto di un uomo, di un ciclista, di una carriera, ma anche di un ambiente, quello del ciclismo. Un racconto onesto in cui la caduta di Millar nel gorgo del doping è raccontata senza autocommiserazioni e giustificazioni. Sembra il liberarsi di un peso, quello che forse gli ha permesso ieri di vincere la tappa del Tour. Nel 45simo anniversario della morte di Tom Simpson, britannico come Millar, stroncato dalla fatica e dalle anfetamine durante l'ascesa del Mount Ventoux nel Tour 1967. Sarà una coincidenza?