Roberto Brambilla

Fuorigioco

Onore a Stefano Borgonovo

28 Giugno Giu 2013 0838 28 giugno 2013
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 Alla fine la “Stronza” l'ha portato via. Stefano Borgonovo ex calciatore di Fiorentina, Milan e Como è morto giovedì pomeriggio a 49 anni. A ucciderlo la sclerosi laterale amiotrofica, una malattia degenerativa del sistema nervoso. Una patologia, detta anche morbo di Lou Gehrig (dal nome del giocatore di baseball dei New York Yankees che morì a causa della Sla nel 1941) che ha colpito a partire dagli Anni Sessanta quasi 50 calciatori. Dall'ex capitano del Genoa Gianluca Signorini, fino ad Adriano Lombardi (Avellino) e Lauro Minghelli (Arezzo) passando per il sampdoriano Ocwirk e per l'ex giocatore del Como Celestino Meroni. Tutti calciatori e tutti morti per una malattia che tra chi insegue un pallone ha un'incidenza molto superiore alla media nazionale (l'11,5% in più).

E Stefano la Sla, la Stronza come la chiamava lui, l'aveva conosciuta nel 2005 e l'aveva combattuta in silenzio insieme a medici, amici e alla famiglia fino al settembre 2008, quando decise di raccontare la sua malattia, incoraggiato dall'amico Massimo Mauro e dal professor Mario Melazzini, medico e anche lui malato di Sla. Lo fece davanti alle telecamere, tracheotomizzato e su una sedia a rotelle. parlando con i suoi vivissimi occhi neri e con l'aiuto di sintetizzatore vocale, perchè la Sla gli aveva tolto la voce, ma solo quella fisica. Perché per il “Borgo” l'annuncio è stato l'inizio di una nuova battaglia, portata avanti con la forza e la determinazione che aveva quando giocava nella Fiorentina al fianco di Roberto Baggio o quando portava il Milan di Sacchi alla finale della Coppa dei Campioni 1989-1990.

Una battaglia in prima linea condotta attraverso la Fondazione Stefano Borgonovo onlus, nata nel 2008 per sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema della Sla e per aiutare la ricerca sulla malattia. Iniziative di informazione e di sensibilizzazione, cene, partite benefiche e un libro (scritto insieme ad Alessandro Alciato) per raccogliere fondi destinati ai ricercatori ma soprattutto dignità, voglia di vivere e mai un'accusa, neanche al mondo del calcio perchè lui adorava il suo sport e non aveva mai smesso di ripeterlo.  “ Io, se potessi, scenderei in campo adesso, su un prato o all'oratorio. Perché io amo il calcio" scriveva sul sito della Fondazione