Marco Percoco

Geografie Sociali

#inMovimento: L’impegno dei cattolici ed il nuovo civismo

31 Marzo Mar 2014 2013 31 marzo 2014
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E’ di pochi giorni addietro il manifesto inMovimento, promosso da Riccardo Bonacina e da Vita, nato per porre le nuove fondamenta dell’agire civico, soprattutto per il Terzo Settore.

I verbi posti a piattaforma di discussione sono stati: educare, donare, produrre, cooperare, lavorare, curare, recuperare. Letti assieme richiamano quel passaggio dei Pirké Avot – Le massime dei Padri divenuto celebre di recente: “Se non penso a me stesso, chi penserà a me? E se penso solo a me stesso, che cosa sono io? E se non ora, quando?” (1, 14).

Il manifesto richiama, dunque, ad un impegno civile molto preciso, il mettersi al servizio della comunità con le proprie competenze perché si possa crescere congiuntamente, affichè il bene (il benessere del singolo) possa diffondersi e diventare comune. Ma l’impegno non basta perché i pilastri di inMovimento sottendono una precisa responsabilità morale dell’azione, una condizione evidentemente essenziale per produrre bene comune.

Riflettendo su questo tema, mi è venuta in mente la figura di Giorgio La Pira, ma anche le parole di Don Giussani: “La passione cristiana fa interessare a tutto”[1]. E mi sono chiesto quale potesse essere il posto dei cattolici in questo modello di società che va delineandosi. Ma la definizione di questa collocazione deve obbedire ad alcuni principi:

a)       Il contributo che i cattolici (i religiosi in generale) possono offrire alla crescita della comunità, anche materiale, deve sostaniarsi nel rinvigorirsi dei corpi intermedi e del civismo;

b)      Il loro ruolo deve essere identificato su base laica e razionale, in modo da non incorrere nei fraintendimenti del rifiuto del relativismo, questione che attiene solo la sfera religiosa e non già quella civile;

c)       L’impegno dei cattolici deve mutare rispetto al passato prossimo poiché, scomparsa la Democrazia Cristiana, sono scomparsi i riferimenti politici, ma nuovi orizzonti, ben più vasti, si aprono sul fronte di un chiaro coinvolgimento civile.

A tal proposito, scrive bene Don Gennaro Curcio quando afferma, a proposito del filosofo politico cattolico per antonomasia Maritain: “solo uscendo dalla casta di un partito o di un’associazione o ancora di un gruppo si può crescere nella responsabilità dell’agire politico; accogliere tutti per educarsi all’altro ed educare all’incontro con i valori della persona”[2]. Ed ancora: “La persona diviene artefice e centro intorno a cui deve ruotare la politica, poiché una buona politica è frutto solamente di una “bella” formazione umana e spirituale. Su quest’uomo plasmato dalle virtù emerge la bellezza della politica, poiché la libertà responsabile riesce ad attecchire, divenendo luogo fondamentale delle scelte e delle azioni”[3].

Da ciò non può non discendere un impegno dei cattolici nella creazione di capitale sociale, e non più un impegno che si riduce a mera messe elettorale.

Un impegno concreto da parte di tutti i religiosi è auspicato anche dal recente Habermas post-moderno, contro cui si scagliano improvvidamente Marzano e Urbinati adducendo due ordini di ragioni per cui la “riconquista cattolica della sfera pubblica” si configura come una “missione impossibile”[4]:

i)                    rispetto agli anni ’50, la realtà è mutata e la religiosità degli italiani si è affievolita;

ii)                  le parrocchie sono deboli ed i movimenti ecclesiali sono troppo frazionati.

Nessuno di questi argomenti sembra convincente, soprattutto perché essi non riconoscono che la produzione di bene comune secondo le modalità del XXI secolo non prevede egemonia culturale alcuna. Inoltre, il coinvolgimento dei cattolici non deve necessariamente avvenire attraverso i movimenti ecclesiali o le parrocchie, così come la condivisione di sentimenti religiosi può andare oltre la frequentazione di funzioni specifiche.

Partecipare alla produzione di bene comune, portando in dote il proprio bagaglio, non solo culturale, ma anche religioso è un valore aggiunto indiscutibile e ciò perché, nelle parole del Lubavitcher Rebbe Mendel Menachem Schneerson “Viviamo in uno stato d’emergenza, in cui le fiamme della confusione divampano scatenate. DI fronte a un incendio, tutti hanno la responsabilità di aiutare il prossimo”[5]


[1] Citazione riportata in A. Savorana, Vita di Don Giussani, Rizzoli, Milano, 2013, p. 379.

[2] G.G. Curcio, Bellezza e responsabilità. I fondamenti della virtù politica, il Mulino, Bologna, 2013, p. 274.

[3] Idem, p. 275.

[4] M. Marzano e N. Urbinati, Missione impossibile. La riconquista cattolica della sfera pubblica, il Mulino, Bologna, 2013.

[5] S. Jacobson, Il significato prodondo della vita. Il pensiero ebraico nelle parole di un grande Maestro: il Rebbe M.M. Schneerson, Edizioni DLI, Milano, 1999.