Marco Percoco

Geografie Sociali

L’economia del bene. A proposito di due libri

28 Luglio Lug 2015 1028 28 luglio 2015
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Erano da qualche settimana sulla mia scrivania e finalmente qualche giorno di riposo mi ha permesso di dedicarmi alla lettura di due libri agili. Si tratta di:

Ugo Biggieri, Luca Grion e Giorgio Osti, La fertilità del denaro. Finanza e responsabilità: un matrimonio impossibile?, Edizioni Meudon, Euro 12, 2014.

Luigino Bruni e Stefano Zamagni, L’economia civile, il Mulino, Euro 11, 2015.

Certo, i punti di tangenza e di intersezione sono molteplici, ma non saprei dire se è per questo che ho deciso di leggerli in maniera coordinata.

Il primo pubblica il testo della Jacques Maritain Lecture tenuta da Ugo Biggieri nel 2013 e che dà il sottotitolo al volume. In questa, l’autore si domanda cosa sia la responsabilità delle imprese di credito e come principi altri rispetto al mero profitto possano indirizzare i mercati finanziari. Il libro è poi completato da un utopistico scritto di Maritain, “Una società senza denaro”, per la prima volta pubblicato in italiano. Luca Grion e Giorgio Osti propongono poi testi a commento.

Il libro di Bruni e Zamagni si pone l’obiettivo di delimitare il raggio d’azione dell’economia civile definita come quella che “parla a tutta l’economia e alla società, offre un criterio di giudizio e di azione per le scelte del governo e per quelle delle multinazionali, per quelle dei consumatori (il consumo critico e responsabile), e per quelle dei risparmiatori socialmente responsabili” (p. 8). Il volumetto spazia dal pensiero di Dragonetti e Genovesi alla visione wikieconomica dei consumattori di Becchetti, passando per il pensiero cattolico, i limiti del PIL e la salvaguardia dei beni comuni.

Dicevo prima che non saprei esprimere bene perché ho deciso di leggere insieme questi due libri. Ex post, però, ci sono due punti che li accomunano o che comunque hanno sollecitato la mia attenzione.

1. In uno dei saggi a commento, Luca Grion riprende il concetto per cui l’economia di mercato potrebbe essere fatta risalire all’alba del pensiero francescano. In questa visione, il mercato è concepito come un’emanazione della communitas ed in quanto tale utile per il bene comune. Esso va regolato quando le finalità individualistiche eccedono e fanno sì che i risultati di mercato deviino sostanzialmente dal risultato cui la communitas La gratuità (in forma di tempo e di denaro) trova una sua dimensione centrale in questo paradigma, mentre è molto spesso considerata, nel pensiero neoclassico, un’anomalia o, peggio, trattata alla stessa stregua di qualsiasi altro bene, pur non avendo un prezzo.

Non ho particolare predisposizione per l’analisi teorica, ma mi chiedo se non sia possibile addivenire ad una sintesi tra economia civile ed economia neoclassica sul tema del dono. In particolare, mi sembra che la teoria del comportamento pro-sociale guidato da motivazioni intrinseche ed estrinseche, con ormai un bagaglio considerevole di evidenza sperimentale, possa proprio fornire una chiave di lettura congiunta in tema di dono e di volontariato. La mia, naturalmente, non è una approfondita analisi sottoposta a vaglio di fattibilità, ma solo l’impressione di un lettore interessato.

2. Il secondo punto che mi pare di interesse estremo riguarda il ruolo sociale dei mercati finanziari. Biggieri compie un’opera meritoria nell’attenuare l’innegabile pubblica acredine di cui sono oggetto oggi le banche. La Grande Recessione è stata amplificata dal comportamento scorretto di alcuni istituti internazionali. Ma possiamo immaginare un mondo senza banche? Forse, utopisticamente è possibile, ma credo che questa strada non sia ragionevolmente percorribile. In teoria, le banche dovrebbero erogare prestiti a chi non ha denaro ma ha idee per creare aziende e posti di lavoro. Se così fosse davvero, il mercato del credito sarebbe uno strumento formidabile per garantire la mobilità economica (il cosiddetto ascensore sociale). Oggi invece, sembra (ma non posso affermarlo con certezza poiché non conosco il dettaglio delle statistiche finanziarie) che il sistema bancario sia molto più propenso a sostenere rendite di posizione poiché sarebbero impieghi meno rischiosi. Ed allora, in quest’ottica, il vero nemico sono i cosiddetti rentier. E’ davvero interessante trovare nel libro di Bruni e Zamagni una trattazione del pensiero di Achille Loria, in cui si mette in luca il conflitto esistente tra rentier e imprenditori con i primi a bloccare il progresso socio-economico. E’, questa, una visione che, su un piano diverso, ha trovato pure una sua realizzazione nella traiettoria di sviluppo del Mezzogiorno, laddove i rentier assumono la veste di latifondisti a bloccare, sino al secondo dopoguerra, l’industrializzazione dell’area. In tali casi, però, un sistema finanziario efficiente ridurrebbe la rilevanza della ricchezza (il “wealth effect”) e garantirebbe l’accesso alle opportunità in base alle capacità, più che in base alla discendenza.

Viene naturale chiedersi, a questo punto, se il comportamente socialmente vizioso della banche non sia invece frutto di una cattiva regolazione, che penalizza gli impieghi più rischiosi. Ma se gli investimenti azzardati sono una delle ragioni dell’ampiezza della Grande Recessione, non è forse lecito dubitare che il problema sia nella regolazione? In ogni caso, per garantire la crescita degli individui (l’ascensore sociale di cui prima) è necessario non solo ipotizzare modelli di business diversi (come nel caso di Banca Etica), ma anche una regolazione diversa che “premi il merito”.

I due libri offrono delle agili introduzioni all’economia civile (l’economia del bene, in contrapposizione a quella del benessere?), ma forse è l’ora della maturità: portare i temi fuori dal ghetto culturale e proporli come temi di rilevanza anche scientifica, oltre che sociale, più vasta.

Per canto mio mi propongo di approfondire gli ambii dell’economia del territorio che l’economia civile può contribuire a comprendere meglio, soprattutto in chiave di policy.