Marco Percoco

Geografie Sociali

Due libri sulla fase eroica del riformismo italiano (1945-1950)

25 Aprile Apr 2017 1107 25 aprile 2017
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È il 25 aprile e nelle scorse settimane ho avuto l’occasione di leggere due volumi sugli anni immediatamente successivi alla Liberazione, su un periodo, quindi, che non esiterei a definire la “fase eroica” del nostro Paese. È stato, quello, un eroismo che si espresse con vigore estremo nelle innumerevoli riforme che incanalarono l’Italia su un percorso robusto di rinascita, prima, e di crescita poi.

Entrambi i libri sono (almeno parzialmente) sulla Basilicata, ma mantengono agevolmente una valenza generale, tanto che a partire da questi ho provato a trarre qualche considerazione più generale.

Qualche giorno fa mi aggiravo per gli scaffali della libreria dell’Università Bocconi. Ho trovato un libro su Emilio Colombo, curato dagli ottimi Verrastro e Vigilante, ed è stata l’occasione per riflettere su ciò che è stato e su ciò che sarà (o che almeno dovrebbe essere).

Gli anni di Colombo, quelli iniziali, sono stati quelli della riforma agraria, della Cassa per il Mezzogiorno, della legge per la bonifica dei Sassi. Sono stati anni, deenni, di interventi coraggiosi, di rottura estrema rispetto al passato, ma non possiamo e forse non dobbiamo dimenticare, non foss’altro che per dovere civico, che quegli interventi sono venuti con un carico di costi, non solo finanziari, ma anche sociali. La riforma agraria è arrivata a seguito dell’occupazione delle terre ed è stata, quasi paradossalmente, una forma di reazione della DC ala crescita del PCI nel Mezzogiorno.

Dalla riforma, come pure dalle attività della Cassa, sono, sono derivate forme di clientelismo locale che pure hanno ridotto la competizione politica, o almeno l’hanno alterata, ma ho la strenua convinzione che quegli interventi siano stati decisivo per il progresso economico e civile del Meridione. Sicuramente giunsero in ritardo e non garantirono in toto gli obiettivi che si erano prefissi, ma sono altrettanto sicuro che il percorso di (modesto) sviluppo della Basilicata sarebbe stato più accidentato in loro assenza.

Bisognerebbe poi ricordare con immutata veemenza civile e sull’altro fronte Michele Mancino e Michele Bianco. Senza il loro operato, la distribuzione della ricchezza (la terra) e forse anche il reddito in Basilicata e nel Mezzogiorno sarebbero oggi nettamente peggiori. Un contributo interessante in tal senso è quello recente di Michele Fasanella, “La democrazia dei partiti”, in cui si racconta della riorganizzazione del PCI in Basilicata tra il 1943 ed il 1946. È unb libro che traccia il tentativo di diffusione spaziale del partito oltre che di consolidamento del consenso. Sono, questi, gli anni in cui si gettano i semi delle attività di mobilitazione dei contadini degli anni 1948-1950 che indussero il governo ad approvare importanti azioni a favore delle campagne meridionali.

Se si osserva il passato e lo si proietta nel futuro, si intende immediatamente il bisogno disperato di una visione ampia, coraggiosa, dello sviluppo regionale. Capita spesso di leggere dei problemi della “classe dirigente” e invariabilmente si fa riferimento alle qualità personali (e, di rado, professionali) degli esponenti dei vari partiti e movimenti politici. Le società moderne hanno bisogno di persone – non necessariamente politici - con elevato senso civico e grande professionalità che rendono prosperi i territori che abitano grazie al lavoro e alla produzione. Sono, queste, persone che vivono tra la genete e che fanno istruzione, impresa, servizi, cultura. È questa la sola “classe dirigente” di cui la Basilicata, il Sud, il Paese hanno bisogno per abbandonare le sacche dello sviluppo precario. Sono questi i talenti che la società, affrancata dall’eccessivo protagonismo della politica, deve valorizzare.

Forse, quando non ci saranno più persone che vorranno convincerci della necessità del “primato della politica”, allora saremo sicuri che i nostri territori avranno finalmente abbracciato un percorso di sviluppo civile. Il primato delle idee e della società può avvalersi dell’azione della politica, ma questa non può e non deve sostituirsi alla prima.

La Liberazione ci ha consegnato un Paese che ha conosciuto circa 20 anni di sviluppo impetuoso, grazie alle scelte coraggiose di alcuni politici e alla lungimiranza della società, mentre la successiva ipertrofia della politica dei decenni seguenti ha, però, messo a repentaglio il nostro livello di benessere. Dobbiamo, ora, fare in modo che la politica ritrovi la sua giusta dimensione quantitativa e qualitativa (come nel resto dei paesi sviluppati), per lasciare spazio alle forze propulsive della società civile.

Donato Verrastro, Elena Vigilante (a cura di), Emilio Colombo. L'ultimo dei costituenti, Laterza, Bari (24 Euro)

Michele Fasanella, La democrazia dei partiti. Il PCI in Basilicata dal Fascismo alla Repubblica (1943-1946), Calice Editore, Rionero in Vulture (15 Euro)