Marco Percoco

Geografie Sociali

Gramsci teorico delle relazioni

27 Aprile Apr 2017 1353 27 aprile 2017
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Ottant’anni fa, il 27 aprile 1937, moriva Antonio Gramsci, fiaccato da una lunga prigionia nelle carceri fasciste, con un fisico ed una salute già deboli, non all’altezza della sua statura morale e intellettuale.

Fu comunista rivoluzionario, probabilmente non fu mai socialdemocratico, ma pose le fondamenta, al pari di tanti altri costituenti, della società italiana del dopoguerra. Esercitò la sua “egemonia culturale” (come proprio lui definiva la diffusione e l’assorbimento di idee, tali da influenzare il comportamento degli individui) dieci anni dopo, solo attraverso i suoi scritti, principalmente i “Quaderni dal carcere” che ebbero, ed ancora hanno, una straordinaria diffusione, sebbene difficili e di non immediata comprensione.

Il mio incontro con Gramsci avvenne probabilmente durante la prima adolescenza, quando mia madre mi citava spesso un passo di una lettera inviata al figlio Giuliano. Lei lo ricordava (e immagino ancora lo ricordi) perfettamente, visto che era parte della traccia del compito di italiano alla sua maturità nel 1972. In quella frase, Gramsci esortava il figlio ad avere ampi e variegati interessi e a non limitarsi a pochi, restrittivi, argomenti. Questo pensiero mi fu molto utile nei primi anni d’università, in cui pensavo di poter rimediare alle difficoltà e ai grandi insuccessi buttandomi a capofitto in uno studio privo di metodo.

Ricordo che una volta, ancora mia madre venne a trovarmi a Milano e, intuendo il mio stato di profonda frustrazione, dinanzi ad una vetrina di una libreria antiquaria che esponeva l’edizione Einaudi degli anni settanta dei Quaderni, mi esortò affinchè continuassi ad avere interessi variegati, dicendomi che nella vita mi sarebbero stati comunque utili.

Nel 1997, in occasione del sessantesimo anniversario della morte, Giorgio Ricchiuti ed io provammo ad organizzare un incontro, a partire da un libro di Giorgio Lunghini, sul pensiero economico. Non ricordo perché non se ne fece nulla.

Ma la sorpresa più grande la ebbi nell’estate del 2015 ad Oxford, quando, tra gli organizzatori della Global Conference in Economic Geography, scoprii dell’esistenza di un ramo della disciplina chiamata “geografia gramsciana”, quella che studia la società civile, le relazioni sociali e le dinamiche egemoniche nello spazio. In poche (altre) parole, è lo studio del territorio. Così, ho ritrovato, in maniera completamente inaspettata, Gramsci geografo anche nella mia vita professionale.