Marco Percoco

Geografie Sociali

Montini e Milano: una città e il suo vescovo

11 Dicembre Dic 2017 0830 11 dicembre 2017
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Qualche mese addietro sono stato invitato per una conferenza a Roma dall’Istituto Maritain. Mi aggiravo dalle parti della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino ed entrai in una libreria, ove fui attirato da un libro il cui tema non rientra propriamente tra i miei interessi. Acquistai “Paolo VI. Una biografia politica” di P. Chenaux (Carocci editore, 29 euro) perchè mi interessava non tanto la figura del Papa Paolo VI, quanto quella di Monsignor Montini, Arcivescovo di Milano negli anni del miracolo economico.

Il libro è interessante nei primi due capitoli, ove si tracciano le radici bresciane del prelato e la sua esperienza nella Puci nei primi anni della dittatura fascista. Lo spazio dedicato a Milanmo è invero limitato, benchè quel periodo occupi circa 9 anni della vita di Paolo VI (1954-1963), ma si affrontano due temi importanti per la città e, successivamente, per l’Italia.

  1. Montini nasce e cresce in una famiglia profondamente cattolica e anti-socialista (suo padre fu deputato del Partito Popolare), ma una volta nominato vescovo, spende parole di vicinanza verso il mondo operaio: “Se mai una parola particolare su questo tema [il lavoro] io devo qui pronunciare, è per il mondo del lavoro che qui mi circonda e che forma il vanto e la caratteristica di Milano, viva e moderna” (p. 111). L’attenzione al lavoro sarà un tratto decisivo di tutto il suo periodo milanese, come testimoniato pure nel bel volume di scritti “Al mondo del lavoro. Discorsi e scritti (1954-1963)”, a cura di A. Adornato, Istituto Paolo VI - Studium, Brescia. Chenaux sottolinea come Montini fosse pure inizialmente avverso alla corrente democristiana di sinistr (“la Base”), me questa sua personale e ideologica avversione non lo portarono ad escludere alleanze tattiche con i socialisti a favore del bene comune. E’ in questo clima che nel 1961 nasce la prima giunta di centro-sinistra della città.
  2. Montini riconobbe la specificità di Milano nel panormata nazionale, lanciata a folle velocità verso la modernità e lo sviluppo economico. Lanciò così, nel 1957, la “Missione di Milano”, accompagnata dalla celebre epistola Il senso religioso. E’ questo il punto di maggior contatto con Don Giussani e la Gioventù Studentesca, embrione di quella che sarà Comunione e Liberazione. Giussani venne benedetto da Montini (di cui riprenderà il titolo della lettera apostolica nel suo forse più famoso volume), il quale gli scriverà “Io non capisco le sue idee e i suoi metodi, ma ne vedo i frutti e le dico: vada avanti così” (p. 116). Ed è con la partecipazione di Gioventù Studentesca ala missione che, mi sembra, il movimento comincerà ad attenuare il suo carattere borghese ed elitario degli inizi.

Montini si colloca, dunque, all’intersezione di due fenomeni che influenzeranno il panorama sociale e politico milanese per i 60 anni successivi: l’apertura a sinistra e la presenza importante di Comunione e Liberazione. Il libro di Chenaux ci offre un meraviglioso affresco della rilevanza politica di Paolo VI, forse poco ci dice sulla politica urbana, ma è certamente da leggere.

Un’ultima nota: proprio a margine di quella conferenza romana ho avuto la fortuna di conoscere l’autore del volume, professore di storia della Chiesa moderna e contemporanea presso la Pontificia Università Lateranense.