Luca Raffaele

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Come innescare l’intelligenza plurale e scatenare umani terremoti

29 Giugno Giu 2021 1646 29 giugno 2021
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Non voglio rimanere da solo ad aspettare il prossimo terremoto o la prossima pandemia.

Il modo in cui stiamo reagendo non basta se vogliamo davvero cambiare le cose, sia come individui che come comunità.
Non basta riempirsi la bocca di sostenibilità se non si propongono modelli collaborativi che ci permettano di raggiungere risultati collettivi, oltre agli obiettivi e alle ambizioni personali.

Per provare a proporre una soluzione a questo senso di isolamento che percepisco nonostante le tanto agognate “riaperture", partiamo come al solito da una buona pratica già esistente e in particolare da un progetto scientifico, Safecast, che è forse il più dirompente del pianeta.
Basterebbe, infatti, seguire lo stesso iter che Jōichi Itō realizzò nel 2011, quando in modo quasi fisiologico rispose ad un grande evento traumatico che portò ai problemi che tutti ricordiamo in Giappone con la centrale di Fukushima.

Nella sera del disastro Itō si trovava dentro il Mit - Massachusetts Institute of Technology ma le informazioni erano scarse, quasi nulle. In quella situazione di fatica comune, anziché annegare in false informazioni, decise di mettersi insieme ad altri per lavorare a una soluzione comune per quella che era una comune necessità.

Bisognava trovare un modo per dire la verità alle persone e per farlo, bisognava costruire un contatore geiger che, in prima battuta, sembrava impossibile.

Ma scomponendo il problema in blocchi, serviva sicuramente un software e quello per fortuna era presente, grazie ad Arduino che risultava essere la base perfetta per funzionalità e flessibilità di utilizzo. Per i soldi che servivano alla costruzione del contatore, altro grande problema, bastava anche in quel caso scomporre il problema e far partire il progetto anche con piccole somme di denaro che avrebbero generato un possibile effetto “imitazione”.
La scelta migliore ricadde su quella che era considerata come la migliore piattaforma esistente in quel momento per progetti di questo tipo, vale a dire Kickstarter.

In questo modo, come atto di resistenza e di risposta sociale ad un problema condiviso con la comunità, è nata Safecast, che non fu il frutto di una intelligenza collettiva ma, come ricorda Paolini, si potrebbe definire una vera e propria intelligenza plurale.

Anche da noi esistono esempi di rivoluzione “dal basso”, che non per forza è un valore assoluto, ma abbiamo anche strutture solide e reattive come la Protezione Civile che riescono a rispondere in modo efficace a eventi traumatici, perché dotate di una catena di comando molto corta, nuclei di lavoro ristretti, connessi e interindipendenti.

Come nel caso della pandemia, questa struttura è stata essenziale perché si è mossa con la stessa logica di un incubatore di startup. Spinti da queste strutture, ad esempio, siamo stati capaci di trovare la forza di resistere e alcune volte di reagire con solidarietà. In questi mesi abbiamo avuto speranza.

Speranza che la scienza curasse velocemente il virus con il quale ci stavamo scontrando.

Speranza di avere una vita migliore, semplicemente più facile rispetto al dramma che stavamo vivendo.

Speranza che qualcosa potesse cambiare in noi e nelle persone che ci sono vicine.

Tutto è semplice quando abbiamo a che fare con un terremoto o una pandemia perché la molla scatta in automatico. Il problema è quando torniamo in una situazione di calma apparente, come quella che stiamo vivendo oggi, perché non siamo più così desiderosi di stare insieme "tra" e "con" le nostre diversità.

Safecast ci dimostra che non basta avere un progetto per cambiare le cose o sperare nel meglio.
Oggi più di prima serve collegare il basso con l’alto e realizzare una vera trasformazione del nostro essere e fare comunità. La tecnologia può accelerare il processo ma se questo non viene accompagnato e umanizzato, proietteremo davanti a noi solo un futuro “un po’ meglio” di quello che c’era prima.

Abbiamo bisogno di azioni simboliche, piccole o grandi che siano.

Abbiamo bisogno di inginocchiarci, non per essere cordiali nei confronti del nostro avversario, ma per dare un segnale forte e deciso a chi odia la libertà e non riconosce il valore e l’importanza della vita umana oltre qualsiasi tipo di colore della pelle.

Abbiamo bisogno di dibattere ma anche di leggi imperfette purché siano in grado di tutelare maggiormente la diversità togliendo la paura di un adolescente di potersi esprimere liberamente e punendo chi da vigliacco se ne prende gioco.

Ripartiamo dalla responsabilità individuale che abbiamo messo in campo durante il periodo più difficle e dal volontariato spontaneo che si è mobilitato in questi mesi, prendendocene cura con riconoscenza e immaginando che sia proprio quella la base dalla quale rifondare la nostra società.

Costruire infrastrutture sociali che sopravvivano all'emergenza e ci facciano affrontare il "dopo" insieme.