Paolo Dell'Oca

Il becco dell'oca

La cultura del wellfare

8 Gennaio Gen 2016 1958 08 gennaio 2016
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Nel corso di Generazioni, la prima giornata della generatività sociale, ho raccolto tra le suggestioni una domanda: “Cos’è il welfare?”.

Penso a papa Francesco che nell’enciclica Laudato si’, citando a sua volta Benedetto XVI, sembra denunciare lo stato attuale del welfare internazionale:

“Il mercato da solo (...) non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale. Nel frattempo abbiamo una «sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante», mentre non si mettono a punto con sufficiente celerità istituzioni economiche e programmi sociali che permettano ai più poveri di accedere in modo regolare alle risorse di base”.
Ma l’etimologia del termine mi sfugge e, in attesa di rintracciarla, sorrido a pensare che in qualche modo il welfare debba anche essere wellfare, con due elle, che traduco in caciottesco con fare bene. Lavorare bene.

Chi opera nel terzo settore spesso ha a che fare direttamente con il welfare e lavorando bene contribuisce positivamente allo stesso. In numerose occasioni mi sono trovato a replicare, basandomi sull’esperienza, all’opinione negativa (fondata o infondata che fosse) che aleggia sulla qualità del lavoro all’interno delle organizzazioni non profit che si occupano di welfare.

Non disponendo di statistiche a riguardo (e prima occorrerebbe definire cosa s’intende per qualità del lavoro,e come misurarla), mi soffermo quindi sull’importanza del lavorare bene, oltre che semplicemente del lavorare, come vorrebbero alcune delle critiche che ho raccolto verso il non profit: “Beati voi che non avete niente da fare tutto il giorno!”.

Il lavoro nel terzo settore concerne il benessere (che è poi la traduzione di welfare) delle persone che si affiancano, che solitamente si trovano nelle fasce sociali più deboli della società, e non arricchisce una multinazionale o degli individui, neanche quelli che ci lavorano.

Per questo, oltre che per senso del dovere, per amore verso il lavoro ben fatto e perché si è retribuiti per farlo, la cultura del wellfare, del lavorare bene, dovrebbe caratterizzare, e in tante situazioni caratterizza, il terzo settore. Fare le cose per bene, prima che per il bene. Altrimenti si rischia di cadere nel malaffare.

[Quando, rincasato, indagai l’etimologia di welfare, scoprii che deriva dalla locuzione verbale (to) fare well: passarsela bene, andare bene. Che suona come un augurio per il 2016: passiamocelo bene, buon lavoro!]