Francesca Rizzi

Il welfare condiviso

Una questione di parole?

11 Ottobre Ott 2016 0822 11 ottobre 2016
  • ...

È solo questione di parole, mi dico.

Un amico mi ha invitata a un convegno sul welfare aziendale. Da qualche mese a questa parte ne organizzano uno alla settimana, a volte di più. Lo accompagno perché mi chiede di aiutarlo a capire se c’è qualcosa di interessante da fare per la sua impresa, per i sui dipendenti.

Mi siedo accanto a lui e mi metto nei suoi panni. Passano i minuti, scorrono le parole, si snodano i riferimenti normativi. Mentre noto il suo sguardo perso, cresce il mio imbarazzo.

Come è possibile non riuscire a intravedere nulla dietro alle parole? Il welfare aziendale va “di moda” ma è difficile sentire qualcuno che dia un senso alle parole benessere, produttività, persone. Come migliorare motivazione e clima? Basta un benefit! Come comunicare ai miei collaboratori? Facciamo un portale! Come prendersi cura delle persone? Diamo un gettone da spendersi come vogliono! Vedo e capisco il disagio del piccolo imprenditore seduto accanto a me.

L’ultimo intervento del convegno è riservato alla testimonianza di una media azienda della periferia Piemontese. Dopo decine di pagine powerpoint, bastano poche parole e gli sguardi in sala si accendono di concretezza. Parla delle sue persone, e sembra che le guardi in faccia una ad una. Descrive un territorio che si sta impoverendo, e un’azienda che non può prescindere dalla coerenza tra azioni di welfare, responsabilità sociale e politiche di gestione del personale. “Se faccio qualcosa per i figli dei miei dipendenti non posso pensare che sto escludendo da queste iniziative l’altro 50% delle famiglie che non lavorano da noi. E allora vado a farlo nelle scuole del paese. Se mi impegno a promuovere iniziative di conciliazione, non posso avere politiche di performance management aggressive che premiano la presenza. I bisogni delle persone sono reali, e le risposte devono esserlo altrettanto: se non sei credibile in quello che fai, meglio lasciar perdere e non farlo.”

Accanto a me vedo che il mio amico prende appunti (i primi da quando è iniziato il convegno) e si segna alcuni termini: fiducia, lungo termine, coerenza, network, territorio.

Le parole contano. Parlare a vuoto è inutile e pericoloso. Scrive Sapelli che “gli asili aziendali a pagamento con tutta evidenza non sono welfare”. I maltrattamenti nell’asilo di Milano presente nella lista di convenzioni, spesso chiamata welfare, di molte aziende lo rende ancora più evidente. Aggiungo che c’è chi crede che si possa fare welfare con i buoni Amazon. Con tutto il rispetto, ma con il welfare c’entra molto poco.

È arrivato il momento di riempire di significato le parole. O distribuiamo soldi defiscalizzati o ci occupiamo di benessere e diritti sociali. Sono entrambe missioni onorevoli, ma cerchiamo almeno di non confonderle.