Alessandro Mazzullo

La lampadina

La matematica del Vangelo

26 Marzo Mar 2014 1658 26 marzo 2014
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L’esortazione apostolica del Papa, Evangelii gaudium, ha destato molto scalpore… all’estero!! Soprattutto in America, patria di un certo pensiero economico-liberista di cui ben conosciamo alcuni effetti. La sto leggendo in questo periodo e vorrei riassumere il senso di alcune sue suggestioni, a partire dalla lettura di un Vengelo noto, quello della c.d. Moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Tra i diversi brani che ne parlano scelgo quello del Vangelo di Marco al capitolo 6, 30-44.

Si tratta di una vera e propria lezione di matematica economica in cui mi pare si fronteggino due teorie.

Da una parte vi è quella degli apostoli che identifica l’unica strada per il conseguimento del bene comune in quello che Zamagni chiamerebbe il “bene totale”, ovvero nella sommatoria dei beni individuali di ciascuno: il mio pane, più il tuo pane, più il tuo, più i 2 di quell’altro, più i due pesci di quell’altro ancora = 7. A mio modesto avviso si tratta della stessa logica della “ricaduta favorevole“ di cui parla il Papa nell’Evangelii Gaudium[1], ovvero di quella teoria che presuppone “che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo”. Il Vangelo, come la storia di ieri e di oggi, sembra confermare che non ogni crescita economica sia di per sé positiva. La somma totale non basta a far tornare i conti per sfamare 5.000 persone. Quella teoria si basa sull’idea che la massimizzazione del profitto individuale porti ad un aumento della sommatoria finale e che quest’ultima produca un incremento del benessere collettivo. Gli apostoli si pongono sinceramente e onestamente di fronte ad un problema matematico ed economico: 1+1+1+2+2=7 ma 5.000-7=4.993. Come sfamare le altre 4.993 persone? Raccogliendo una somma, appunto: 200 denari[2] che servano a “comprare” altro pane? Difficile che gli apostoli avessero a disposizione quella cifra, per cui immagino che il primo pensiero sia stato quello di raccogliere quella somma, annotando l’ordinazione di ognuno e sperando in uno sconto del fornaio con cui comprare pane anche per quelli che non avevano soldi con sé. Un moderno aziendalista avrebbe ragionato più tecnicamente in termini di economie di scala, puntando ad abbassare il prezzo in virtù dell’aumento della domanda. Quale fornaio, di fronte alla possibilità di incassare un anno di stipendio certo in un giorno, non avrebbe acconsentito? Si tratta di un ragionamento assolutamente logico e razionale che presuppone la raccolta di una somma totale di 200 euro!! In questo meccanismo il bene comune coincide con il bene totale, ovvero con la somma dei beni di ognuno; il pane si compra e non si regala; nessuno dona il pane acquistato con i propri soldi, ma i più poveri beneficiano indirettamente della totalizzazione delle ricchezze altrui.

Questa logica è stata fortemente ripresa dall’etica oggettivistica che sta alla base del liberismo della scuola di Chicago secondo cui l’uomo deve sempre agire per il proprio auto-interesse razionale. Non si deve banalizzare questo concetto credendo che tutto questo equivalga a una licenza a “fare ciò che piace” né all’immagine che gli altruisti hanno di un brutto “egoista”. Si tratta di un concetto diverso dall’ “egoista nietzschiano” che, per Ayn Rand, é un prodotto della moralità altruistica e rappresenta l’altra faccia della medaglia altruistica – uomini, cioè, che credono che ogni azione,  senza riguardo alla sua natura, sia buona se tende al loro beneficio[3]. Voglio dire che tale prospettiva incarna, a suo modo, un legittimo ragionamento etico!

Eppure l’esperienza, oltre che il Vangelo, mi pare dimostri che le cose non vadano esattamente così. Molte delle inequità di cui parla Papa Francesco sono il frutto di quel pensiero economico (tra i principali esponenti Alan Greenspan e Milton Friedman).

La crisi del 2008 ha aumentato la ricchezza individuale di alcuni, ma a discapito degli altri, come dimostra l’andamento dell’indice che misura la diseguaglianza nella distribuzione del reddito calcolato da Eurostat.

La somma totale è aumentata grazie all’incremento della ricchezza di pochi, a discapito dell’azzeramento di molti. E questo dovrebbe bastare per dimostrare in termini fattuali come la somma totale non coincida con il bene comune. La proprietà di una somma, del resto, ci dice che se anche un addendo viene azzerato, il risultato resta positivo!

La logica matematica di Gesù mi pare un’altra. Quella che per molti è una moltiplicazione, sembra invece il “prodotto” di una condivisione. A me piace pensare che quella folla, vedendo Gesù e gli apostoli cominciare a condividere quel poco che avevano, abbiano iniziato a fare lo stesso, riuscendo a sfamare tutti. Il miracolo della condivisione è quello che opera nel cuore dell’uomo che si riconosce figlio e come tale fratello. La moltiplicazione dei pani e dei pesci è il “prodotto” di quella condivisione che riconosce nell’altro un fratello a cui mi sento legato da un rapporto di solidarietà! La proprietà di una moltiplicazione, a differenza della somma, dice che se anche un solo fattore è azzerato, il prodotto finale è uguale a zero.

Come tradurre tutto questo in una visione economica? Ovviamente non lo so, non ho ricette miracolistiche e non sono un’economista (sono orgogliosamente un giurista). Però posso intuire alcune cose, forse banali, ma secondo me rilevanti.

Una macroeconomia o una microeconomia basate sulla massimizzazione assoluta rispettivamente del PIL e del profitto non funziona. Non funziona quando è realizzata a discapito del bene comune!

A livello microeconomico, mi pare significativo il ripensamento di un premio nobel come Michael Porter che, nei primi mesi del 2011, formula la teoria del Valore Condiviso (Creating Shared Value – CSV). Per Porter occorre creare valore economico in modalità tali da generare contemporaneamente valore per la società, rispondendo a un tempo alle necessità stesse dell’azienda e alle esigenze di tipo sociale. Non si può pensare di massimizzare il profitto a discapito dell’ecosistema in cui vive e opera un’azienda. La condivisione di valore (shared value) crea un effetto moltiplicativo della ricchezza di tutti! La dinamica opposta, viceversa, crea intorno terra bruciata e deprime le stesse opportunità di crescita dell’azienda che ha creato il deserto intorno a sé. Sia detto per inciso, mi pare significativo che nel brano del Vangelo di Marco quello che prima era un deserto diviene un prato verde.

Questo non significa affatto demonizzare il profitto né l’economia di Mercato!! Tutt’altro!! Significa recuperarne le origini antropologiche cristiane[4].

A livello di politica economica, non possiamo più pensare che il Mercato possa fare tutto e che lo Stato debba intervenire solo nel redistribuire la ricchezza prodotta attraverso sistemi di Welfare State ormai antiquati, perchè parametrati su una società industriale che non esiste più! In questo entra in gioco anche l’esigenza di ripensare il ruolo del Terzo Settore e il rapporto tra sussidiarietà e solidarietà. Come dice la Caritas in veritate: “il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell’assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno”.

A me pare che in questo dibattito rientri a pieno titolo il tema della riforma normativa dell’impresa sociale[5] cui la stessa Caritas in veritate dedica alcuni riferimenti[6] . Non è la panacea di tutti i mali, né una formula imprenditoriale in grado di sostituire quella tradizionale for profit. La considero però espressiva di un mondo che sta cambiando o che dovrebbe cambiare; un mondo in cui l’impresa dovrebbe essere o sociale o socialmente responsabile!

[1] Evangelii Gaudium, par. 54.

[2] Che equivaleva più o meno allo stipendio medio di un anno.

[4] “Il mercato, se c'è fiducia reciproca e generalizzata, è l'istituzione economica che permette l'incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri. Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l'importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato, non solo perché inserita nelle maglie di un contesto sociale e politico più vasto, ma anche per la trama delle relazioni in cui si realizza. Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell'equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave” Caritas in veritate, par. 35.

[5] Oggi relegata negli angusti margini di manovra del DLgs 155/2006. L’attuale Governo Renzi sembra intenzionato a modificarne profondamente l’assetto. La nomina del sottosegretario Bobba, che aveva presentato diversi ddl di riforma, dovrebbe andare in questa direzione.

[6] Ad es. nel par. 37