Don Antonio Mazzi

La mazzata

C'è giustizia e giustizia

4 Settembre Set 2012 0935 04 settembre 2012
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Non sono certamente per mandare in galera la gente e, tanto meno per galere da medio evo, ma leggere che la “bestia” di Oslo, Breivik, dopo aver diabolicamente dichiarato che si pente solo di non aver fatto più morti, vada a vivere per 21 anni in un appartamento di tre stanze, con computer, televisione, sala attrezzi e cosette varie, permettete che mi ponga anch’io delle domande. La Norvegia è tra i paesi più civili e moderni, ma non si potrebbe far scontare la pena a questa “bestia” in un modo più impegnato, meno borghese, facendolo lavorare non con lavori forzati, per carità, ma con attività studiate intelligentemente (da chi se ne intende) che, piano piano, lo riportino da bestia ad ominide, e poi da ominide ad uomo? Accettare passivamente dichiarazioni fuori da ogni logica umana e accontentarsi di applicare una giustizia meramente esecutiva e totalmente estranea a prospettive rieducative e, in qualche modo, restitutive di quanto di animalesco e trucido è accaduto, mi pare poco giustificabile e poco degno di un paese all’avanguardia come la Norvegia. Ho letto che per i sopravissuti è stata una sentenza liberatoria. Ma per tutti noi non è sufficiente un carcere di massima sicurezza e a cinque stelle, quello di cui sentiamo la necessità. Non trattasi di vendetta su vendetta, ma di rieducazione, di speranza, di cambiamento anche per chi si riduce così!  Non possiamo chiamarci fuori da fatti assurdi e sempre peggiorativi. Secondo alcuni scrittori di “noir”, fatti di questa gravità domani verranno guardati come un disastro naturale. Pensare che gente come Breivik equivalgono ad un ciclone, ad un terremoto o ad un alluvione, può venirci raccontato solo da che ha il cervello cotto dalla fantascienza dell’orrore. Non sarebbe ora che certi romanzi, certi film e certi programmi televisivi, venissero cancellati, proibiti, bruciati e che i loro autori venissero obbligatoriamente spediti in cure intensive da psichiatri esperti? Perché scrittori come Nesbo  in Norvegia, paese tanto buono da sembrare un paradiso, con tassi di criminalità irrilevanti, generosi, nel quale lavorano tutti, evocano con i loro romanzi forze spaventosamente oscure, macabre, peggiori del peggior quartiere della peggior metropoli, quasi facessero capolino dietro il paravento dell’idillio sociale? Oppure (pensiero pessimo) la Norvegia è così ipocrita e riservata, che queste cose accadono come altrove ma se le tiene nascoste sotto il tappeto?