Don Antonio Mazzi

La mazzata

Padre e figlio a confronto

27 Novembre Nov 2012 1238 27 novembre 2012
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È certamente il classico caso che divide in due partiti la gente. Ci sarà chi accusa il padre di essere senza cuore, perché il padre è padre. E chi, forte di principi educativi, ripeterà la frase di un grande psicoanalista: non di solo cuore si vive e si convive. Purtroppo io, forse più malizioso e quasi consumato dalle tragiche situazioni affrontate, mi fermo e mi domando fino a che punto, tra padre e figlio, ci sia la convinzione di quanto è accaduto e soprattutto quanto il padre si senta colpevole per non aver testimoniato e inculcato al figlio quei principi e quelle faticose scelte da operare nei momenti critici e importanti. Christopher è lo studente di 21 anni che è stato arrestato dopo gli scontri a Roma del 14 novembre scorso. Il padre anziché rasserenarsi e fare un respiro di sollievo perché il figlio è stato rimesso in libertà, perde le staffe per il contrario. “Dovevano tenerlo dentro”. Chi ha ragione? Quasi quasi, da poco decisionista, farei un cinquanta/cinquanta. Nello zaino del figlio ci sono alcuni luoghi comuni e frasi fatte: “Se dai fuoco a una macchina è reato; se ne bruci migliaia è un’azione politica”. Citare frasi di altri tempi, molto più politici e bisognosi di liberazioni, è troppo comodo. I giovani devono saper cogliere non gli episodi politici ma le situazioni politiche. Allora c’era  più rabbia ma anche più coscienza, più visioni e più sogni, più povertà, più ingiustizia. Con questo non voglio dire che le manifestazioni siano inutili. Vorrei solo che fossero meno violente, più motivate e più obiettive. Capisco che parlare di obiettività e maturità, con i giovani, è utopistico. Però alcune chiarezza vanno fatte. Il cinquantenne padre, invece, forse ex sessantottino e nostalgico di quei tempi, torna pesantemente su concetti più legati alle soluzioni legali che alle riflessioni buoniste e paternaliste. L’obiettività salta da ambedue le parti. “Gestisco alberghi e ristoranti, di lavoro ne avrebbe se volesse. Lui vive molto meglio di tanti poliziotti che sono stati aggrediti negli scontri. Non ho mai smesso di mantenerlo”. Il difficile rapporto tra padre e figlio qui emerge forte. “Mio padre usava la cinta per farmi studiare: il violento è lui”. Questo fatto rimette in ballo il ruolo paterno. Ha ragione Antonio Polito quando, nel suo ultimo libro, parla della figura paterna, più portata a svolgere ruoli fraterni che paterni. “Noi papà di oggi vogliamo fare i fratelli, non i padri. Vogliamo aderire al progetto di vita dei nostri figli, invece di lasciare che si modelli in opposizione ai nostri. Diventiamo un muro di gomma contro il quale non c’è nessun gusto a sbattere”. Qui non trattasi di muri di gomma, trattasi di muri. E se tra la gomma e i mattoni, ci fosse invece bisogno di saltare la siepe di casa?