Don Antonio Mazzi

La mazzata

Il buco nero della sanità

29 Luglio Lug 2013 1142 29 luglio 2013
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Da bambino mi sono rotto decine di volte. La prima, così mi ha detto la nonna con la conferma di cicatrice ampia, quando sotto un’ascella mi sono rovesciato addosso una pentola di acqua bollente con la lisciva, serviva per lavare. Non chiedetemi spiegazioni per sapere come l’acqua sporca potesse pulire le tovaglie e le lenzuola. Da allora una lunga sequenza di disgrazie fisiche ha cosparso la mia vita giovanile. Ho però sempre trovato le porte del Pronto Soccorso degli ospedali spalancate, pochissime volte ho aspettato un quarto d’ora. Erano gli anni cinquanta/sessanta del secolo scorso. La sanità sembrava arretrata, poco organizzata. Si parlava degli americani del Nord Italia. Noi italiani avevamo una sanità che faceva pena. Poi abbiamo inventato le ASL, grande salto di qualità! Ora, civilissimi, con centri sanitari che ci invidia mezzo mondo, per un intervento di cataratta, dobbiamo aspettare otto mesi, per un ceck oculistico completo 216 giorni, per un’ecografia all’addome un anno, per una mammografia bilaterale 168 giorni, per una visita oncologica (e tutti sanno cosa significa intervento immediato o no) trenta giorni. Non so, e non voglio sapere, quanto ci costa la sanità italiana. È uno sproposito! Eppure?! Cosa sta succedendo? I poveretti aspettano ore e ore. Mandiamo al Pronto Soccorso centinaia di persone per casi che un normale medico, con un po’ di pazienza, coscienza e professionalità, potrebbe risolvere tranquillamente a casa. I medici di famiglia che conoscevano i loro clienti più del parroco e del confessore, non ci sono più. A casa non viene più nessuno. I bambini guai a toccarli se non sei il pediatra più famoso del mondo, i vecchietti vanno al ricovero (oggi si chiama casa di riposo, se aggiungi: eterno, la dice tutta), gli adulti esami, esami, esami. In ogni ospedale è la ressa per le analisi. E poi: Pronto Soccorso per una puntura di vespa, per un gonfiore alla caviglia, per un occhio arrossato. Bollino, se non proprio rosso, almeno giallo. Con ore di fila. Ma che paese siamo?! Siamo tutti malati? Chi non è malato, chi non ha una pastiglietta in tasca, chi non va dal fisioterapista per un mal di schiena da sedile della BMW, non è normale. L’Italia non è un paese fondato sul lavoro, ma sul sapore di malattia.