Don Antonio Mazzi

La mazzata

Card. Tonini, un uomo di fede

2 Agosto Ago 2013 0957 02 agosto 2013
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È morto il Cardinale Ersilio Tonini. Ha aspettato che arrivasse un altro profeta e poi ha alzato  anche lui le mani al cielo, come i suoi colleghi Cardinali e Vescovi sulla spiaggia di Copacabana. Ma lui è salito più in alto. È facile dire che Tonini era un santo. Ma non è facile capire quanto questo santo sia stato capace, diversamente da molti altri, di coniugare santità, mondo, incarnazione, comunicazione. Fino a qualche tempo fa la santità esigeva il distacco dal mondo, essere nel mondo ma non del mondo. Lui è stato capace di essere anche del mondo non per confondersi, ma per partire insieme e per trovare lo straordinario che c’è dentro ciascuno di noi, credenti o meno. Le ultime volte che l’ho visto, purtroppo, è stato ai funerali di Biagi e in una intervista simpaticissima che mi ha concesso, anche se appena uscito dal dentista per un ascesso. Era il 2010. Percorrendo la stradina di Pianaccio che portava Enzo al cimitero delle donne, accanto a sua madre, per mezz’ora ci siamo parlati. Meglio, mi ha parlato lui, garantendomi lunga vita. “Sei ancora un bambino!”. E io ho risposto: “Parli a nome del Padreterno o perché mi vuoi bene, come da sempre?”. “Caro, ricordati che la gioventù non ha età!”. Sorriso! Siamo stati due comunicatori: lui quello saggio, io quello balordo. La sua capacità di interpretare positivamente e con la schiettezza romagnola oltre che “pastorale” mi ha sempre affascinato. Ha affrontato tutti i temi, anche i più scottanti della nostra epoca. È stato capace di essere Cardinale, parroco, giornalista e povero. Non ho fatto ora a chiedergli cosa pensava dello IOR. Mi avrebbe dato una delle sue occhiate. La sua banca ce l’aveva già. Si chiamava “Opera Santa Teresa del Bambino Gesù di Ravenna”. Era un ospedale riservato ai disabili gravi e agli anziani prossimi alla fine. Abitava in due stanzette strapiene di libri. Tra l’appartamento vescovile, in un meraviglioso palazzo nobiliare e i due locali nell’Opera Santa Teresa, scelse nel lontano 1975 i due locali. Conoscendo Tonini e vedendo Papa Francesco, capisci quanto fossero simili nella vita e nelle prospettive. Peccato che poco abbia potuto godere di questa nuova ondata dello Spirito che travolge la chiesa. Lui la croce di ferro la portava al collo da sempre e la bontà, la misericordia e la speranza trasparivano dalla faccia, anche se scarna, attraversata da rughe profonde e cosparsa di eternità. “Dio è buono e certamente perdonerà anche a te. Poi, per tanti peccati che tu faccia, i ragazzi che aiuti e salvi, saranno lassù ad aprirti la porta fra venti anni”. Era il novembre del 2007. La campana della chiesetta suonava, però non “da morto”. “Non accompagniamo Enzo al cimitero ma all’incontro con il nostro “Capo”. (Biagi chiamava così, con noi, il Padreterno).