Riccardo Bonacina

La Puntina

Caro Letta, ma il “non avere alternative”, non è un valore

30 Aprile Apr 2013 1737 30 aprile 2013
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Ha ragione Enrico Letta quando nella sua replica al Senato prima del definitivo voto di fiducia ha avvertito, “C’è un carico di aspettative assolutamente eccessivo rispetto all’oggettiva fragilità di ciò che abbiamo fatto e ci apprestiamo a fare e alla situazione che rimane di grandissima difficoltà ed emergenza. Se non c’è questa consapevolezza sbaglieremo”. Da parte sua non ha lesinato il richiamo ai “limiti anche personali” oltre che oggettivi, veniamo da uno stallo istituzionale di 60 giorni, rispetto al compito assunto. Segno di saggezza e sobrietà.

Non so se il neo premier si sia spaventato rileggendo a freddo le 36 cartelle del suo discorso alla Camera che disegnava un programma sontuoso a cui occorrerebbe un tempo ben più lungo di una legislatura: il ridisegno del patto fiscale, il ridisegno del welfare, il ridisegno istituzionale tramite una Convenzione aperta, il ridisegno dei patti con l’Europa. E poi, misure urgenti per la crescita, misure urgenti sulla troppa tassazione (Imu e tasse sul lavoro), misure urgenti per il lavoro in particolare per quello giovanile, reddito minimo ai più bisognosi, rifinanziamento degli ammortizzatori sociali e attenzione “alla galassia del 5 per mille” (letterale). Insomma tanto, forse troppo, un grosso grasso programma, ben più corpulento, a me pare, del gigante Golia da lui evocato.

Oppure, il premier si è preoccupato per la prima polemica scoppiata a distanza di neppure un giorno tra i pasdaran Pdl dell’Imu (via subito e restituzione) e i passi incerti, verso una pretesa ma sempre complicata equità, di Franceschini e del Pd. Staremo a vedere, a me basterebbe che il suo governo facesse la metà di quanto promesso.

Come sottolineato da Letta, le scommesse su quanto si riuscirà a fare poggiano su due pilastri. Il primo, come ha detto il premier, “La squadra dei ministri è una parte del programma di questo Governo”. Vero, il coinvolgimento del presidente dell’Anci Del Rio, quello di Cécile Kyenge all’integrazione, di Giovannini al Lavoro e politiche sociali, del primo obiettore di coscienza alla Difesa, Mario Mauro, del sociologo Trigilia alla Coesione, fanno sperare. È un governo senza vecchi arnesi e pasdaran e con competenze certe.

Il secondo pilastro è riassumibile in un'altra frase del presidente del Consiglio: «Non ci sono alternative allo stare insieme». Vero, ripartire dal principio di realtà, mai così tanto invocato dalla politica (speriamo si intenda la realtà intera e non solo quella parlamentare), è sempre ragionevole, giusto. Un Governo che si proponga di servire i bisogni reali del Paese è certamente migliore, già nelle sue premesse, da un Governo, come quello Monti, che si prefiggeva di “cambiare gli italiani”. D’altra parte, come ha scritto Massimo Gramellini oggi su La Stampa sottolineando la preziosa testimonianza di Martina Giangrande (figlia del carabiniere ferito gravemente domenica davanti a Palazzo Chigi (da leggere), “Le ragioni dell’odio sono state analizzate a sufficienza. Mi sposterei dall’altra parte del campo quello di Martina”. Le ragioni dell’odio sono state troppo a lunga esperite dalla politica e da entrambi i contendenti in questi 20 anni provocando disastri, chi vuole continuare così, di fatto e qualsiasi bandiera o causa sventoli, si accomoda sulle macerie del Paese e sulle sofferenze di troppi continuando ad inveire cieco, in Parlamento e fuori. C’è bisogno di costruire, anzi, di ricostruire. E per farlo occorre un Governo, un quadro istituzionale certo, con cui confrontarsi o contro cui protestare, magari, ma ci occorre.

Eppure lo stare insieme “perchè non ci sono alternative”, caro Letta, non può bastare e di certo non garantisce una tenuta nel tempo. Lo stare assieme perchè non c'è altra via non può mettere al riparo da pretese di parte, interessi di bottega, ambizioni personali, voglia di stare nei salotti televisivi per costruirsi una carriera politica.

A me pare che la scommessa possa essere vinta solo in una prospettiva come quella disegnata da Scola in un'intervista che gli facemmo un paio di anni fa parlando in generale del pluralismo della nostra società. Ci diceva il cardinale: «Quello che lungo tutta la modernità ha garantito l’ideologia come punto di coagulo, oggi può essere solo garantito dalla percezione che il dato sociale, il “dobbiamo” vivere insieme, è anche un bene sociale. Pur in una società plurale siamo chiamati a un bene sociale, siamo chiamati a vivere insieme. Bisogna però consapevolmente scegliere che questo bene sociale diventi anche un bene politico. Ma come possiamo costruire un vivere insieme che ci orienti a un bene comune effettivamente praticato? Io penso che bisogna invitare tutti i soggetti che abitano questa società civile plurale a raccontarsi, a narrare la propria concreta esperienza dell’umano e, attraverso questo appassionato racconto e questo lasciarsi raccontare dagli altri, tendere a quello che Ricoeur chiamava “il riconoscimento” reciproco. Solo così, mi pare, possiamo trasformare questo vivere insieme da una costrizione inevitabile o da una paura in un valore positivo. In questo senso la rivoluzione è copernicana:  il passaggio da un dato di fatto (che alternativa abbiamo? Farci la guerra?) a un valore riconosciuto. E può proprio essere questo l’universale politico nuovo del terzo millennio, il bene dell’essere insieme nella pluralità”.

Ecco mi pare che la vera scommessa del Governo Letta, da poco pienamente insediato si collochi davvero a questo livello, dimostrare a tutto il Paese (in questo senso la politica può di nuovo dimostrare la sua capacità di guida e di leadership oltre la scommessa di una moralizzazione dovuta) che si può trasformare questo vivere insieme da una costrizione inevitabile o da una paura reciproca e sospettosa in un valore positivo. Di questo avrebbe bisogno il Paese, non per annullare diversità e diversi giudizi sulle cose, ma per scoprire che l'altro è comunque un bene che ti si offre e nel cui confronto di ragioni si cresce e si cambia. Insomma un po' più di una pacificazione che è infine sinonimo di accomodamento e nuova spartizione di poteri. Il premier nel suo primo discorso ha nominato esattamente la portata della sfida quando ha detto: “Vorrei che questo governo inaugurasse una fase nuova nella vita della Repubblica. Non il canto del cigno di un sistema imploso sulle sue troppe degenerazioni, ma un primo impegno per la ricostruzione della politica e del nostro modo di percepirci come comunità”. Ed è già importante aver messo l'asticella al punto giusto, che è questo e non i 12, 18 o 24 mesi.

Per un Governo che qualcuno ha già definito “il primo Governo di sussidiarietà nazionale”, riferendosi al fatto che molti dei suoi componenti sono stati animatori dell'Intergruppo sulla Sussidiarietà nelle passate legislature (primi fra tutti lo stesso Enrico Letta e Maurizio Lupi), la scommessa sembra pure possibile. Ce lo auguriamo anche, mi sia consentito dirlo, io non ci credo, non per pessimismo ma per gli indizi che una sola giornata già ci ha offerto, complice un'informazione fatta da giornalisti che giocano a dividere e aizzare senza mai pagare pegno. Giorgio Gaber, che davvero aveva sembra già detto tutto, nel 1978 in “Salviamo sto Paese” (ascoltatela) aveva già avvertito che se il principio di realtà si riduce a realismo senza se e senza ma diventa subito cinismo o al più tatticismo, e di queste cose si muore (vero Pd?)

Sperando, sinceramente, di essere smentito.