Riccardo Bonacina

La Puntina

Cos'è una cattedrale? Per ricostruirla ripartiamo da qui

17 Aprile Apr 2019 1032 17 aprile 2019
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Nelle ultime 48 ore abbiamo sentito e letto parole a vanvera o addirittura indecenti a proposito dell'incendio a Notre-Dame a Parigi. C'è chi ha parlato di 11 settembre della cristianità, chi di spaventoso presagio per l'Europa. C'è chi la buttata in politica, Macron, le elezioni europeee e altre fregnacce varie.

Rarissime le voci che si sono soffermate sulla questione più vera: perché un dolore e uno sgomento così diffuso e partecipato? Perché il crollo di quella guglia ottocentesca e non di particolare valore ci ha così colpito togliendoci il respiro? Cos'è una cattedrale e cosa rapprenta al fondo della nostra coscienza di europei? Quelle fiamme cosa hanno mosso in noi, cosa arde ancora sotto le cenere di ogni dimenticanza e di un rancore così diffuso? Perché appena passata la paura di un gesto colposo o di un attentato, quel malessere e quelle domande non se ne andavano? Perché in mancanza di un nemico da additare sotto la cenere delle nostre anime quell'incidente continua a interrogarci?

Perché il presidente della comunità musulmana francese, il rettore della grande moschea di Parigi, Dalil Boubakeur, ha scritto subito su Twitter: “Davanti allo spettacolo terribilmente doloroso dell’incendio di Notre Dame, cattedrale di Parigi consustanziale della Francia, noi preghiamo Dio di salvaguardare questo monumento prezioso per i nostri cuori” e poi, piangendo davanti alle telecamere ha aggiunto: “Anche io ho pregato la Vergine Maria”?

Perché emozionarci per qualcosa che non è nostro e che arriva da così lontano eppure sentiamo che ci appartiene così intimamente? Perché ci appartiene?

Ci aiuta a capirlo la bellissima testimonianza di Andrej, un giovane bielorusso di Minsk, a Parigi per motivi di studio, pubblicata su Clonline: «La gente è in piedi e canta l’Ave Maria, in francese - Je vous salue Marie. Resto lì con loro. Arrivano continuamente persone nuove, finché a un certo punto tutta la via è bloccata da centinaia di persone che cantano. Alcuni pregano in ginocchio, altri hanno in mano icone e rosari. Un po’ di sociologia: hanno quasi tutti dai venti ai trent’anni. Uomini e donne in proporzioni simili. Ci sono volti europei, indiani, africani, marocchini, cinesi. Vedo anche alcuni bambini. È comparso anche il mio coinquilino ed è rimasto anche lui per un po’. Più tardi arrivano altri tre amici. La preghiera è costante, senza pause. Vedo uomini grandi e grossi in lacrime. E non solo loro. A volte qualcuno esce e davanti a tutti chiede di fare un minuto di silenzio. Ma ai lati si continua a cantare. Non ci sono sacerdoti, non c’è qualcuno che in qualche modo dirige, tutto è organizzato spontaneamente. Compaiono un ragazzino e una ragazzina con dei violini e aggiungono la loro musica al canto. Diventa buio, si accendono i lampioni. Dalle due colonne della Cattedrale si vedono le luci delle torce dei pompieri. Sopra l’incendio ci sono delle luci rosse e anche delle stelle rosse che gli somigliano – sono dei droni per le fotografie. Le campane suonano tutto intorno. Alle 23.10 una persona comunica a tutti che si è riusciti a salvare la struttura portante della cattedrale.
Qualcuno inizia a cantare l’inno Nous Te saluons, couronnée d'étoiles e tutti si uniscono al coro. Poi ancora alcuni canti alla Madonna. Migliaia di persone per ore hanno cantato per le strade. È un po’ come una rivoluzione. Ora penso: le persone con cui ho pregato non pregavano per il semplice dispiacere della rovina di un pezzo di eredità culturale, non piangevano perché andava a fuoco un simbolo della nazione francese. La gente era lì e pregava Notre Dame, la Nostra Signora. Nessuno ha convocato questi giovani, né preti, né Vescovi. È stato un movimento spontaneo eppure ordinato e rispettoso. Ho visto i mattoni della vera Chiesa, una Chiesa giovane e viva che mostra se stessa».

Qual è la “rivoluzione” che ha visto Andrej? Il vedere che sotto la cenere si facevano breccia le ragioni, i desideri necessari per ricostruire quella cattedrale così profondamente ferita. I mattoni senza i quali, mattoni spirituali, non si dà nessuna possibile ricostruzione. I segni vivi che ci ricordano ancora di chi siamo e chi vogliamo essere.

Pochi anni fa con un gruppo di amici siamo andati in pellegrinaggio sulle orme di Charles Peguy verso un'altra grande cattedrale, Chartres, per l'occasione Luca Doninelli ha ritradotto la “Preghiera della Residenza” (da L’Arazzo di Nostra Signora) di cui voglio proporvi una rilettura per capire più noi stessi e della nostra necessità di avere una cattedrale. E per liberarci di troppe parole inutili.

O regina, ecco dunque, dopo la lunga strada,
prima di riprendere lo stesso cammino
ecco l’asilo aperto nel cavo della vostra mano,
ecco il giardino segreto in cui l’anima tutta si spalanca.

Ecco il grave pilastro e la volta montante;
il passato non c’è, non c’è il domani;
e l’inutilità di tutti i calcoli umani;
e più che il peccato, è in rotta la saggezza.

Ecco il luogo del mondo dove tutto si fa facile,
il rimpianto, la partenza, l’evento,
l’addio temporaneo, l’abbandono;
ecco il solo angolo della terra dove tutto è docile,

Ecco il luogo del mondo dove tutto è riconosciuto,
questa vecchia testa sorgente di lacrime,
e queste due braccia indurite dalla guerra;
il solo angolo di terra dove tutto viene raccolto.

Ecco il luogo del mondo in cui tutto è ritornato
dopo tanto partire, dopo tanto arrivare.
Ecco il luogo del mondo dove tutto è povero e nudo
dopo tutto questo azzardo, e queste fatiche.

Ecco l’unico luogo, l’unico raccoglimento,
l’unico ritorno e l’unico ritiro,
e la foglia e il frutto e poi la caduta e infine
i rami raccolti per quest’unica festa.

Ecco il luogo del mondo dove tutto rientra e tace,
il silenzio, l’ombra e la carnale assenza
e poi l’inizio di un’eterna presenza,
ecco la sola stanza dove l’anima è tutto ciò che era.

Qui la rivolta diventa impossibile,
qui nasce spontanea la dimissione,
e l’umiltà diviene invincibile
ed è tutto un saluto e una reverenza.

Ciò che dovunque altrove è un’oppressione
Qui è solo l’esito di un soave annientamento.
Ciò che dovunque altrove è solo fretta
qui è soltanto una dolce eredità.

Ciò che dovunque altrove è rude guerra
è qui la pace di un profondo abbandono.
Ciò che dovunque altrove è cedimento
diventa qui legge e norma popolare.

Ciò che dovunque altrove è aspra battaglia,
con il colllo minacciato dal coltello del beccaio,
ciò che dovunque altrove è graffio e taglio,
qui del pesco è solo il fiore e il frutto.

Ciò che dovunque altrove è rude salita
è qui discesa, e fine del viaggio.
Ciò che dovunque altrove è mare in tempesta
diventa qui bonaccia e stabilità.

Ciò che dovunque altrove è ossessione
sotto la Vostra legge è solo una dolce resa.
Ciò che dovunque altrove è un’anima venduta
diviene qui preghiera, intercessione.

Ciò che dovunque altrove è un’abitudine
seduta accanto al fuoco, le mani nelle mani,
è qui tenerezza, è sollecitudine
sono dolci braccia di madre volte a noi.

Ciò che dovunque altrove è dispersione
diviene qui l’effetto di un bel raccoglimento.
Ciò che dovunque altrove è smembramento
diviene qui corteo e processione.

Ciò che dovunque altrove è squilibrato
qui è giusto e ben disegnato.
Ciò che dovunque altrove non è che baracche
è qui una solida e durevole casa.

Ecco il solo luogo al mondo dove tutto diventa bambino,

soprattutto quest’uomo vecchio dalla barba grigia,
i suoi capelli spettinati al soffio della brezza,
il suo sguardo un tempo superbo e ora modesto.

Ciò che dovunque altrove è lunga usura
qui rinvigorisce e torna a crescere,
Ciò che dovunque altrove è sconvolgimento
diviene qui il giorno di una bella avventura.