Luigi Maruzzi

L'erogatore

In questo mondo di eroi

29 Maggio Mag 2013 0821 29 maggio 2013
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In questi giorni è tornata all’attenzione dei media la drammatica situazione che sta vivendo la città di Taranto a causa delle vicissitudini giudiziarie che hanno colpito l’ILVA. Non voglio aggiungere commenti al profilo economico, sociale, ambientale e sanitario della vicenda. Preferisco riflettere su storie di individui che, pur svolgendosi ai margini dei fatti più importanti, presentano un legame significativo con la crisi morale di tutto il Paese. Prendiamo il caso di L.Romandini (ex dirigente del settore ecologia della Provincia) e di I.Morrone (dirigente della Provincia e successore di Romandini); il senso dei fatti da loro denunciati è chiaro e si presta a poche interpretazioni: se sei un funzionario pubblico e vuoi fare il tuo dovere puoi andare incontro a diverse situazioni di rischio, ma se la minaccia arriva dall’interno della tua struttura di appartenenza, il danno passa attraverso la demolizione di carriera. Si tratta di una forma più subdola, alla quale risulta molto difficile contrapporsi perché si nasconde dietro sembianze di legittimità (disciplina, subordinazione gerarchica, secretazione). Quando chi dovrebbe tutelarti da attacchi esterni diventa colui che mette in atto una strategia di persecuzione dall’interno, c’è una sola figura che può descrivere il funzionario che reagisce e denuncia: è un eroe moderno e il suo destino si gioca tra i due estremi dell’oblio e del martirio. Il suo gesto esce fuori dai confini di una ‘normalità’ ormai fatta di degrado e regressione, dove è più facile ricorrere ad atteggiamenti, comportamenti ed azioni pianificate di sopraffazione, piuttosto che fare i conti con la logica del dialogo e la fatica dell’equità.

Eppure la mia generazione ha coltivato per tutto il periodo della sua formazione, l’idea che anche in Italia la burocrazia (non solo pubblica) potesse ambire a traguardi di civiltà. Cosa è successo in realtà? Cosa è avvenuto di così terribile da spegnere perfino le speranze più genuine? Forse è il caso di ricordare che in passato la ‘migliore’ burocrazia ha saputo accompagnare importanti processi di sviluppo grazie ad un forte spirito di appartenenza alle istituzioni (ed agli istituti), voluto e alimentato sia da governanti sia da una certa classe ‘padronale’. La storia della CARIPLO fornisce interessanti spunti di riflessione sul tema: a chi volesse farsi un’idea più documentata consiglio la lettura di “Impiegati. Lavoro e identità professionale nei documenti della Cariplo. 1823-1928” (a cura di B.Costa e di S.Rimoldi, Hoepli 2012).

Se, dunque, l’impalcatura ideologico-sociale che sosteneva le esperienze più virtuose del passato non c’è più, allora significa che deve farsi avanti una coscienza basata su una nuova forma di ‘militanza burocratica’. Se poi pensiamo a quante risorse vengono assorbite dalla gestione di strutture amministrative che hanno il compito di facilitare il passaggio dai provvedimenti alle azioni, ci accorgiamo di quanto sia urgente indirizzare con intelligenza la burocrazia del nostro Paese verso obiettivi di efficacia. Ma questo non può prescindere da un intervento di valorizzazione delle persone con il loro portato di esperienza, codice morale, intraprendenza organizzativa, cultura e conoscenza professionale.

Grazie alle attività di cui mi occupo ho occasione di cogliere segnali tangibili sulla perseguibilità di questo ‘sogno collettivo’, e posso dire di aver trovato (proprio nella Pubblica Amministrazione) centinaia di persone competenti, interessate al proprio lavoro, scrupolose e responsabili. Mi riferisco avarie categorie di dipendenti del mondo universitario, dell’amministrazione pubblica locale e della scuola, che quotidianamente offrono una testimonianza individuale molto significativa.  Realisticamente parlando, abbiamo bisogno di questi impiegati funzionari e dirigenti, abbiamo bisogno che siano sostenuti da una stima ed una fiducia più diffusa (altro che campagna di discredito) per continuare a svolgere la loro funzione sociale in nome di una propria identità, lontana dall’omologazione (altro che ‘alleato nascosto’ o ‘sponda del movimentismo’). E non mi sembra così inaccettabile riconoscere in loro degli eroi: eroi per scelta (perchè non basta una professionalità ben pagata), eroi per necessità (per sopravvivere alla retorica di una laicità che ha perso ogni traccia di credibilità). Eroi tra noi ‘comuni mortali’ che sanno ancora prendere decisioni coraggiose.