Luigi Maruzzi

L'erogatore

Sanare il dolore è (anche) un'opera di filantropia

1 Maggio Mag 2016 0850 01 maggio 2016
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“Pedagogia del dolore innocente” scritto da Don Gnocchi nel 1956, sul letto di morte, è soprattutto un libro che aiuta a capire le coordinate del dolore: partendo da quello dei bambini, il focus si sposta piano piano sul dolore di tutti gli uomini e di tutti i tempi della Storia.

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Non so se colui che ha promosso la ri-pubblicazione del volumetto “Pedagogia del dolore innocente” (edizioni San Paolo, 2016), volesse ottenere esattamente un simile risultato, ma dall’accostamento di personalità come il Cardinale Scola (Arcivescovo di Milano) ed il professor Salvatore Natoli viene fuori qualcosa di diverso dai contributi (pur notevoli) già apparsi sul pensiero di Don Gnocchi (Martini, Ravasi, Mancuso, Forte, Cacciari, Alberoni, Don Ciotti ---> nota 1). Questa volta ci troviamo di fronte ad un dialogo più serrato, una vera miscela esplosiva per la riflessione sviluppata attorno al ciclo Dolore-Morale-Vita.

Ricevuto in omaggio per motivi ‘professionali’, sono stato subito attratto da certe espressioni che ho intravisto mentre lo sfogliavo (“università del dolore”, “gerarchia del sangue e delle lacrime”, “celebrare la propria messa di dolore”). E così non ho potuto resistere alla curiosità di arrivare fino in fondo alle sue 142 pagine. Del resto, ci sarà un motivo per cui a 17 anni fui reclutato dall’associazione foggiana dei “Volontari della sofferenza”, o no? Ironia a parte, anche quell'esperienza fu utile viatico per una profezia che non tardò ad avverarsi ---> nota 2.

Di questo libro ho sottolineato molte frasi, forse troppe e – comunque – così tante da essere tentato di riscriverlo a modo mio. Ho pensato ad un’intervista (una di quelle ‘impossibili’) con Don Gnocchi, il cardinale Scola ed il filosofo Natoli che – uno dopo l’altro – rispondono alle domande di monsignor Bazzari (attuale presidente della fondazione intitolata al Beato). Chiunque di noi adulti sa che la verità non si trova in una sola nota musicale ma nella coralità di molteplici voci che – se udite insieme – possono restituire un suono così pieno ed originale da risultare indimenticabile fino a darti l’ispirazione che ti serve per illuminare il buio del tuo presente e la paura per l’ignoto del tuo futuro.

Nel libro di Don Gnocchi, con la struttura assunta dalla nuova edizione, il tema del dolore diventa una terra sterminata che viene battuta centimetro per centimetro. Lo sforzo chiesto a pensatori come Scola (in veste di eminente esponente della chiesa cattolica cui apparteneva Don Gnocchi) e Natoli (rappresentante di un certo pensiero laico che non disdegna misurarsi con la prospettiva religiosa) è stato proprio quello di ricostruire la cornice entro cui ridare un contenuto di senso al dolore. Anche se quest’opera di scavo nella dimensione cognitiva della sofferenza porta a conclusioni che ‘energicamente’ divergono dalla posizione del ‘gigante di umanità’ che si intende celebrare a 60 anni dalla sua scomparsa: “più che indugiare in tono patetico e sentimentale sul dolore innocente, bisogna interrogarsi - e radicalmente - sulla sofferenza voluta e prodotta dalle decisioni degli uomini” (Natoli, pag. 96). Perfino Scola, toccando il cuore del pensiero di Don Gnocchi, non può fare a meno di riconoscere che “parlare di espiazione delle colpe del mondo può infastidire la nostra sensibilità postmoderna”(pag. 66).

Non importa, però, se si arriva ad un tale contrasto. Primo, perché il primato di Don Gnocchi nell’aver dato vita ad opere ‘permanenti’ di misericordia a servizio di chi soffre, resta intatto. Secondo, perché la necessità di parlare agli uomini di oggi (cristiani e non) s’impone come un’urgenza inappellabile.

L’impostazione del libro in forma di “dialogo a distanza” non si esaurisce nello schema duale (Don Gnocchi da una parte, la coppia di pensatori dall’altra) ma finisce per coinvolgere ‘frontalmente’ gli stessi Scola e Natoli che alternano convergenze significative a posizioni reciprocamente più distanti.

Le loro sensibilità si incontrano decisamente laddove rifiutano una riduzione dell’uomo alla sostanza materiale del corpo. Così Scola, quando riafferma “l'esistenza di una dimensione spirituale (anima) costitutiva dell'articolata unità della persona” (pag. 59). E concordando con questa sorta di antifona, Natoli risponde che gli uomini vivono di valori “perché essi costituiscono il nostro vocabolario di base” (pag. 108).

Una visione che riconduce entrambi ad una visione analoga è pure rintracciabile nei punti in cui parlano del ruolo della scienza (cui Don Gnocchi aveva riconosciuto “l'amoroso inesausto travaglio” – pag. 50) rispetto alle problematiche del dolore. Se l’uomo di chiesa mette in guardia dall’ atteggiamento “molto pragmatico (che) nasce dal potere scientifico e tecnologico” (Scola, pag. 57); è il filosofo a rincarare la dose ricordandoci che “quando il sapere medico non riesce più a curare, per quanto dia sollievo non può far altro che consegnare il sofferente al suo soffrire” (Natoli, pag. 111).

Le differenze fra i nostri due illustri interlocutori sono legate, invece, al tentativo di superare lo ‘scandalo’ del dolore cercando di affrontare gli interrogativi (morali e non) che suscitano questioni attualissime come la terapia del dolore e l’eutanasia. Si tratti di poche righe o alcune pagine, trovo che oggi le riflessioni sviluppate attorno a questi temi siano rare: “La richiesta (dei malati terminali) non va nella direzione di una morte degna. Essi chiedono piuttosto una vita degna anche con la malattia”(Scola, pag. 69); “Certo la morte è inevitabile, ma perché un vecchio non potrebbe avviarsi lentamente a una dolce fine anziché morire martoriato dalle sofferenze?” (Natoli, pag. 87).

Senza togliere al lettore il piacere di scoprire direttamente il valore aggiunto (perfino insospettabile) di un volumetto pubblicato grazie al piccolo contributo economico di Fondazione Cariplo (che – detto incidentalmente – ha sostenuto e sostiene tante organizzazioni nonprofit di volontariato ospedaliero), vorrei chiudere con una mia personale sintesi. Quando Natoli si accanisce contro gli effetti collaterali della terapia del dolore, è come se volesse dirci a) che il problema prioritario non è l'individuazione della terapia medica del dolore; b) che non esiste affatto una vera terapia per il dolore più grande per l'uomo, cioè la certezza della morte; c) che se c'è un bisogno di terapia non è al corpo materiale che essa va somministrata. Quanto poi al contenuto della ricetta, è sufficiente far parlare direttamente il suo autore: “Se il malato è in relazione vivente con il suo passato, con il suo presente, con gli altri può perfino accettare la sua sofferenza perché riesce a trovare ancora buone ragioni per continuare a vivere” (pag. 114) perché “la vita ha la forza di ritessere la sua trama con e oltre il dolore” (pag. 107).

PS Il titolo del post è ricavato, con modifica, da un brano di Don Gnocchi ad impronta squisitamente spirituale: “Sanare il dolore non è allora soltanto un'opera di filantropia ma è un'opera che appartiene strettamente alla redenzione di Cristo”.

Nota 1: Bruno Forte, oggi cardinale (che ho scoperto grazie a don Ambrogio Ciocca nel 2005) ha messo a disposizione un proprio scritto scaricabile dal seguente link.

Nota 2: Mi fa piacere osservare a distanza di anni, che l’associazione dispone di una sua pagina web (link).