Luigi Maruzzi

L'erogatore

Un dono d’arte è “per sempre” (e per tutti)

29 Dicembre Dic 2018 1250 29 dicembre 2018
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Mi faccio tutto lo scalone centrale ed entro, quasi di corsa (*). Ci sono due banconi (infopoint e biglietteria) che però sembrano praticamente uguali. Il tempo di capire a chi rivolgermi per acquistare il biglietto, e finalmente varco la soglia. Avvisto il primo addetto disponibile per avere indicazioni su come raggiungere le ultime Sale riallestite. Ma non appena imbocco la direzione secondo le coordinate ricevute, mi accorgo che l’invito ad andare “sempre dritto” in un museo come la Pinacoteca di Brera non equivale alle istruzioni di un buon navigatore d’automobile. Attimi di panico, ho paura di dover girare a vuoto chissà per quanto tempo. Malgrado tutto, l'istinto mi spinge a credere che ce la farò ad uscire da quello che nello spazio di pochi minuti è diventato un labirinto. E da lì a poco arriva il mio premio: anticipate dalla visione di un azzurro assolutamente inedito per un antico museo italiano, ecco le due Sale recentemente inaugurate. A questo punto decido di riposarmi. Mi siedo sul cuscino vellutato di uno scranno e cerco di riavermi dallo stupore che provo davanti a questo spettacolo di sublime bellezza.

Mi sono sempre chiesto come mai i musei importanti riservino tanta distanza tra una parete e quella opposta. Solo ora capisco che questa scelta non mira a facilitare l'afflusso ed il deflusso dei tanti visitatori che transitano da una sala all'altra; e neppure ad agevolare la contemplazione delle tele quando sono di grandi dimensioni. No, non è affatto dovuto a questi motivi. Perché, in realtà, la volumetria delle sale espositive (matematicamente parlando) corrisponde ad un fattore moltiplicativo dello spirito che tende ad espandersi per il maggiore spazio possibile quando è penetrato dall'emozione estetica e dalla reazione intellettuale che solo i capolavori sanno sprigionare. Ultimamente, poi, alcuni musei di Milano stanno mettendo in atto strategie tanto efficaci quanto impietose nei riguardi di chi (come me) nutre un debole verso l'arte, al punto da creare una situazione di accerchiamento sensoriale che sferra l’attacco più potente attraverso una sapiente distribuzione di un patrimonio artistico immenso. Prendete, ad esempio, quanto sta accadendo attorno ad un’artista come Francesco Hayez, maestro di pittura dell’Ottocento, di nascita e formazione veneziane ma di adozione milanese. Le sue opere sono al centro di almeno tre allestimenti museali specifici di gusto raffinatissimo, rispettivamente presso la Pinacoteca di Brera (sale 34ma e 35ma), la Galleria d’Arte Moderna (sale 5a e 12ma) e le Gallerie d'Italia in piazza della Scala (sezione II). Inoltre, sono contemporaneamente in corso due mostre che lo eleggono a protagonista degli eventi stessi: una presso la GAM (“Francesco Hayez. Un capolavoro ritrovato”) e l'altra sdoppiata tra il Museo Poldi Pezzoli e le Gallerie d'Italia (“Romanticismo”).

La rete dei musei di Milano (pubblici e privati) ce la sta mettendo tutta per restituirci testimonianze preziose (è il caso di dirlo) per aiutarci a comprendere – attraverso la narrazione storica – quale ruolo e quale funzione possa svolgere l'arte per le sorti di un Paese, e per la vita di ciascuno (la costruzione dell’identità culturale è sempre frutto di un percorso individuale e collettivo al tempo stesso). Sì, perché dall'arte non impariamo soltanto ad educare il nostro senso del bello. L'arte ci sfida a confrontarci con gli interrogativi più cruciali della nostra esistenza, quelli di sempre: dall’affermazione dell’assoluto al disfacimento dello spirito, passando attraverso le più incredibili forme di metamorfosi. Nell'arte cerchiamo segnali importanti sul disvelamento del mistero, sull'esistenza di verità immodificabili e sulla possibilità di superare il limite umano.

Occupandomi, per esigenze professionali, di alcune illustri istituzioni culturali operanti a Milano, mi sono spesso soffermato (anche per curiosità) sulla loro genesi, ed ho scoperto che la storia dell’arte è soprattutto una storia di donazioni, realizzate in ogni forma e modalità: ad iniziativa dell’artista o dei suoi eredi, in vita o post mortem, direttamente o attraverso veicoli giuridici fiduciari. Una volta mi sono persino messo in testa di acquistare un quadro (di quelli veri), creato dalla mano di un pittore affermato. Ma subito dopo aver conosciuto la sua quotazione, ho riflettuto un po’ .... e mi sono detto che il possesso di un’opera d’arte – oltre a comportare un investimento significativo – avrebbe finito per procurarmi altre ‘noie’ di un certo peso (sicurezza, assicurazioni, climatizzazione). Era meglio astenersi da una scelta che in fondo avrei compiuto, di fronte alla mia coscienza, all’insegna di un capriccioso egoismo. E forse avevo ragione a pensarlo, visto che oggi con una spesa annuale di 45 euro (tanto costa la CARTA MUSEI Lombardia) posso ammirare in qualsiasi momento ed a più riprese i miei adorati quadri (di Molteni, Hayez, Mosè Bianchi, Pelizza, Segantini, Previati) rimanendo a Milano o, in caso di irrefrenabile attacco di nostalgia, spingendomi fino a Pavia per ritrovare nell’opera “Accusa segreta” un’atmosfera veneziana sospesa tra mistero e bellezza, o fino a Varese per rivedere la conturbante “Tamar di Giuda”.

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(*) Al rientro da una visita ai musei di una città straniera, che non mi hanno per nulla soddisfatto.