Giulio Sensi

l’involontario

Contro la tirannia dei numeri

19 Dicembre Dic 2012 1459 19 dicembre 2012
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Diciamolo: spesso i giornalisti subiscono lo smisurato fascino dei dati non solo perchè sono dimostrazioni oggettive di un fatto o una problematica, ma anche perchè sintetizzano situazioni faticose da raccontare. Faticose, non impossibili. Negli ultimi giorni chi si occupa di sociale è invaso dai numeri: Istat, Censis, Cnel, ancora Istat etc. etc. Bene, ma che percezione rimane fra le persone? Quali strumenti restano nelle mani di chi opera nel sociale o dei decisori pubblici? Certo, gli strumenti ci sono, se uno li sa usare, così come i numeri sono fondamentali. Il problema sta in mezzo: in chi li diffonde e come. Anche fra i giornalisti e i comunicatori del sociale si nutre un fascino morboso per i numeri. Sembra che senza di essi non sia possibile “bucare”. In parte è vero, ma ci sono alcuni problemi e si aprono molte prospettive.

Il primo riguarda la lettura dei dati: quante imperfezioni, quanti titoli fuorvianti, quanta semplificazione. Le cartelle stampa arrivano fatte bene, ma andrebbero lette ed interpretate. Il telefono sarebbe da alzare almeno una volta. Domandare piuttosto che aspettare, e capire per non prendere fischi per fiaschi. E riesce a farlo bene solo chi, ad esempio nelle agenzie di stampa, segue per molto tempo un tema. Ma purtroppo il turn-over e il precariato impediscono spesso il solidificarsi di competenze. E a qualcuno fa comodo anche questo.

Il secondo riguarda la notizia: i dati, soprattutto quelli relativi al sociale (povertà, assistenza, servizi, marginalità etc.) spesso confermano tendenze in atto e introducono nuove chiavi di lettura. Ma la notizia rimane sempre la stessa. Un esempio: “siamo sempre più poveri". D'accordo, ma di questo passo saremo sempre più poveri per un bel pezzo. E allora dov'è la notizia? E dove finiremo?

Mi ha colpito la lettura semplicistica da parte dei media relativa ai dati sulla Ricchezza delle famiglie italiane della Banca d'Italia. La notizia, tranne alcune eccezioni, è stata la seguente: la ricchezza diminuisce, torna ai livelli degli anni '90, si sono persi 350 miliardi. A parte la curiosità su dove siano finiti questi soldi, il fatto, ad una lettura comunque superficiale, sorprende relativamente ed è perfettamente in linea con “siamo sempre più poveri”. Pochi mezzi di informazione invece hanno sottolineato un dato ben più interessante, che sarebbe anch'esso da approfondire: aumenta la ricchezza di chi è già molto ricco (come anche il Censis ha sottolineato) e scende tutto il resto. Ora, senza mettere in campo le interessanti teorie sui ceti medi, assumere la lente delle diseguaglianze (di ricchezza e di opportunità) sarebbe ben più proficuo che insistere su un vago “siamo sempre più poveri” o "siamo sempre meno ricchi".

E' fondamentale far parlare i dati -ben interpretati-, ma occorrerebbe mostrare anche le dinamiche. Confrontarli con altre fonti. Criticarli. Scopriremmo che, dietro ad una supposta oggettività dei dati -che oggettivi peraltro non sono mai perchè frutto di un processo di ricerca fra molti possibili- ci sono le storie, le testimonianze, le inchieste, gli approfondimenti e anche le provocazioni per destare l'attenzione e non annoiare. C'è uno sterminato campo da perlustrare. Tutti elementi che potrebbero rendere più utili pure i dati, mettere in guardia da facili luoghi comuni e fornire strumenti di azione anche per il terzo settore. Per chi fa il giornalista o il “comunicatore” è più faticoso e complicato, ma può sicuramente portare più lontano.