Giulio Sensi

l’involontario

Il volto palese della solidarietà

11 Gennaio Gen 2013 1142 11 gennaio 2013
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Ci voleva un libro pubblicato da Chiare Lettere, che attinge a piene mani al titolo di un altro libro con lo stesso taglio tradotto in Italia qualche anno fa per Bruno Mondadori (L'industria della solidarietà di Linda Polmann), per “costringere” i grandi giornali ad interessarsi ai temi del non profit. “L'industria della carità”, scritto dalla giornalista Valentina Furlanetto del Sole 24 Ore, ha non solo monopolizzato questi temi dal punto di vista del dibattito pubblico nei primi giorni dell'anno, ma ha anche restituito una visibilità al non profit solitamente molto scarsa.

Ne ha parlato Repubblica lunedì scorso con un articolo di Vladimiro Polchi e un commento, peraltro molto interessante, di Adriano Sofri. Ne ha parlato anche il Presidente del Comitato dei Garanti di Agire Gianni Ruffini con un commento che ho trovato molto opportuno. E ne scrive stamani su Sette del Corriere della Sera Ferrucio Pinotti. Il suo articolo è costruito così: si parla poco del mondo del terzo settore, eppure conta molto in termini economici (cita la ricerca della Unicredit Foundation) e questa massa di soldi ha fatto proliferare il mondo delle Onlus in cui esistono molto diffusi, anche se non quantificati, truffe e abusi. Quindi attenzione: è un mondo che non è così sano e bello come si pensa. E il problema riguarda soprattutto le Ong che, come noto, sono una parte minoritaria in termini di dimensioni del non profit italiano.

Una costruzione causale che stenta a stare in piedi -pur mantenendo un'ombra di verità in ogni suo passaggio- e dovrebbe essere molto approfondita. Probabilmente rispecchia la tesi del libro (che non è ancora uscito quindi non l'abbiamo ancora letto), ma non tiene conto (e forse non potrebbe nemmeno farlo) di una miriade di altre variabili. Quanto hanno influito allora le leggi di 20 anni fa e l'introduzione dei registri? E gli abusi sono un problema del non profit o un problema di chi approfitta del non profit? Una domanda centrale pende come una spada di Damocle: queste denunce di chi fa il proprio lavoro di giornalista (criticabile, ma da rispettare) fanno bene o fanno male al non profit stesso?

Trovo una preoccupante analogia fra “falsi invalidi” e “false onlus”: stigmatizzare una categoria per condannare abusi di pochi che hanno peraltro dei conniventi nella burocrazia statale. Allora perchè si chiamano falsi invalidi e non veri truffatori? È fin troppo facile dimostrare che nel linguaggio giornalistico “falsi invalidi” funziona bene, ma alla fine non si tratta di invalidi, ma appunto di truffatori (senza considerare il tema degli ipovedenti, rilevante in questo ambito con tutte le complicazioni del caso). Il “falso” evoca sempre un peccato originale della categoria.

E perchè in questo caso invece di false onlus non si parla di gruppi o singoli che abusano delle onlus? Le vere vittime dei falsi, prima ancora dello Stato e della collettività non ci stancheremo mai di dirlo, sono proprio le categorie che vi vengono accostate. Questo non toglie, sarebbe inutile negarlo, e non deve essere un tabù, che  esiste anche una fascia grigia di dimensioni rilevanti che usa qualifiche di Onlus o affini in maniera perlomeno discutibile, anche se spesso corretta formalmente, perchè più orientata al profitto che alla gratuità e alla solidarietà.

Qualche anno fa intervistai a Milano l'autrice del libro “L'industria della solidarietà” Linda Polmann e il capo-ricerche di Oxfam International Duncan Green. Il tema rilevante era legato all'aiuto umanitario in zone di crisi. L'ex portavoce della campagna Sbilanciamoci! Giulio Marcon aveva dedicato al tema un libro edito da Feltrinelli (Ambiguità degli aiuti umanitari”). Ne avevano parlato grandi giornalisti come Tony Vaux e David Rief. A Lucca c'era stato un interessante convegno sul tema organizzato dalla Scuola per la Pace diretta da Aldo Zanchetta. La Polmann e Green, da due punti di vista notevolmente diversi, concordavano su un punto: la trasparenza fa bene a tutti.

Il pomeriggio dell'intervista seguii una conferenza all'Ispi di Milano in cui un noto presidente di una importante Ong disse alla Polmann, e a muso duro, che libri come il suo e giornalisti come lei erano esattamente come quelli della “Macchina del fango” all'Italiana che a quel tempo proliferava sui giornali di destra con l'introduzione del celebre “Metodo Boffo”. Avrà l'ardire di affermare questo anche per la Furlanetto?

Al tempo lavoravo in una Ong abbastanza importante e mi permisi di intervenire, peraltro poco ascoltato come succede spesso nel mondo del terzo settore ai novizi magari anche giovani. Dissi che, a mio parere, chi praticava la trasparenza e agiva con coerenza non aveva certo da temere da denunce di quel genere, anzi, forse aveva da guadagnare. Oggi sono dello stesso parere. Ma c'è un “ma”. Riguarda il senso comune e l'immaginario che si crea con questo tipo di denuncia giornalistica (che è, lo ripeto a scanso di equivoci, legittima se ben documentata).

A mio parere il titolo che rimane nella testa della maggioranza dei lettori (che sono distratti per antonomasia) è uno solo: SONO TUTTI UGUALI.

Quante volte in questi anni abbiamo sentito gente comune affermare che era inutile la "beneficenza" perchè “tanto i soldi chissà dove finiscono”. Una frase che sa di vecchio, soprattutto oggi che, come dimostra l'articolo di Adriano Sofri, il rischio vero è un altro: il trasformare tutto in carità e occultare i diritti; rendere la solidarietà che è un principio costituzionale e di convivenza civile e sociale in una concessione privata o da tempi di vacche grasse (improbabili).

Questo è il vero rischio che incombe: la crisi e l'inadeguatezza della politica nel discorso e nelle decisioni pubbliche lo stanno facendo correre sempre più velocemente. Si doveva, ad esempio, discutere di più del linguaggio della Delega fiscale e assistenziale di sacconiana e tremontiana memoria, organizzare dibattiti pubblici, riempire le piazze di operatori del sociale e del terzo settore per confrontarsi fra di loro e con la società.

Così non sorprende, in tutta onestà, che il dibattito pubblico sul non profit scivoli sullo scandalistico: in fondo il terreno è pronto.

Pensate bene al sottotitolo del libro della Furlanetto: “Il lato nascosto della beneficenza”. È così nascosto che occupa da giorni paginate dei giornali importanti e farà ancora parlare di sé. Così occulto che trova terreno fertile nei grandi giornali. Usa, non è un caso e gli editor lo sanno bene, la parola “beneficenza” e non “solidarietà”. È un dettaglio importante.

Il volto nascosto diventa facilmente volto palese e restituisce un'immagine negativa al Paese. Occulta, senza colpo ferire, l'altro volto, quello maggioritario e sotto la luce del sole della solidarietà, quello che custodisce ancora i valori della gratuità, della coesione sociale, il senso dell'utilità sociale e del vantaggio per tutti. Quello che è poco raccontato, ma anche comunicato ancora poco e male dal non profit stesso. E che mantiene, tutto sommato e nonostante i difetti, una sua credibilità e fiducia perchè è radicato nel territorio ed ha una storia e un presente onorevole.

Allora perchè è così vulnerabile allo scandalismo? Non credo esistano colpe o regie nascoste, ci sono però nessi causali che vedono purtroppo il non profit inconsapevole carnefice di sé stesso nella sua sempre più evidente incapacità a far parlare correttamente di sé.