Giulio Sensi

l’involontario

Aiutiamoli a casa loro

4 Ottobre Ott 2013 0830 04 ottobre 2013
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Aiutiamoli a casa loro, tanto se poi dobbiamo aiutarli qua, tanti vale farlo là”.

L'anelito di pietà arriva dall'operaio seduto accanto a me sul treno. Non sa ancora della strage, ma osserva rabbuiato le pagine sfogliate sul mio iPad. Parla con sincerità, senza venature di intolleranza. Deve essere stata una frase molto gettonata ieri sera nelle cucine degli italiani, intenti a consumare la cena davanti al telegiornale alla fine di una giornata che ha restituito la compassione a molti, non a tutti, alla modica cifra di centinaia di morti.

Così come il “trascurabile” dettaglio della loro provenienza, Somalia ed Eritrea, è passato a volo leggero fra un orecchio e l'altro, senza lasciare traccia. Africa no?

Senza evocare cosa c'entriamo noi con quei paesi, quali legami coloniali abbiamo avuto, in che modo essi riecheggiano ancora oggi e come, soprattutto, negli ultimi decenni l'Italia abbia giocato un ruolo ridicolo e dannoso nei conflitti dell'area.

Quanti affaristi che parlano italiano girano quei Paesi, quanta cooperazione a delinquere è stata fatta e che prezzo di sangue hanno pagato coloro che ci hanno messo il becco, come Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Eroi sì, ma "di non mi ricordo bene cosa".

Mi viene in mente un libro di due eccezionali insegnanti e amiche del Cres (Centro ricerca educazione allo sviluppo), Anna di Sapio e Marina Medi, che hanno messo a disposizione di insegnanti ed educatori uno strumento di lavoro sulla memoria, pagine della nostra storia che abbiamo rimosso, dell'espansione coloniale. Si intitola “Il lontano presente: l'esperienza coloniale italiana. Storia e letteratura tra presente e passato”. È un pilastro nel vuoto di una colossale ed ingiusta rimozione.

Chissà se è la stessa che ci fa dire oggi, innocentemente “Aiutiamoli a casa loro”, come se la storia iniziasse oggi, come se l'Italia fosse un fortino isolato intento a risolvere già troppi problemi. "Non ce li possiamo più permettere, abbiamo già troppi disoccupati", come se l'elemosina fosse un lusso.

Come se le scorribande in Africa a cercare di raccattare profitto fossero finite. Come se la beneficenza fosse uguale alla giustizia. Come se esistesse un “noi” e un “loro” in una società capace di globalizzare solo gli affari di pochi. Come se quel modo di intendere l'aiuto non replicasse, in fondo, un'idea coloniale di sottomissione ed imposizione. Come se il nostro sviluppo, che oggi si ammanta di decadenza culturale e diseguaglianza, fosse la soluzione ai mali del Corno d'Africa e dell'Africa in generale.

È una frase ipocrita, ancora di più perché si veste di pietismo e di auto-assoluzione. Non pronunciatela.