Giulio Sensi

l’involontario

Quando ero piccolo

16 Ottobre Ott 2014 1353 16 ottobre 2014
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Quando ero piccolo pensavo che il mondo si dividesse in tre categorie: quelli che avevano tanto (ricchi), quelli che avevano abbastanza (benestanti) e quelli che avevano poco (poveri). Non riuscivo quasi mai ad inserire le famiglie dei miei amici in una di questa categoria, ma tutti sopravvivevano quindi dovevano essere benestanti anche perché non conoscevo i ricchi.

Allora provavo ad intuire da alcuni particolari. Il più importante era il giacchetto o giubbotto. Ma poi non capivo quali fossero i giubbotti che costavano di più, anche perché quelli che costavano di più mi facevano schifo. Il mio costava poco e non capivo nemmeno in quale categoria fosse la mia famiglia.

Mangiare si mangiava, eravamo in diversi, ma in vacanza non si andava quasi mai. Fino a che ascoltai mia madre che al telefono con qualcuno diceva che non sapeva come pagare la rata del mutuo e allora pensai di essere nella categoria dei poveri. Ma continuavo a mangiare e non mi mancava nulla. Iniziai però a pensare a cose più consone per un adolescente normale e chiusi gli interrogativi sullo status sociale per qualche anno.

Oggi sono meno piccolo, ho buttato via molti giubbotti e ne ho tenuti pochi, alcuni costano anche qualcosa, ma non me lo ricordo né mi interessa. Non divido più il mondo in ricchi, benestanti e poveri. Vedo poveri tanti ricchi e ricchi tanti poveri.

E vedo soprattutto che stanno bene, quindi devono essere benestanti, quelli che hanno famiglie belle e forti, che hanno tanti amici, che amano e sono amati, che aiutano e vengono aiutati, che si fanno tante domande. Insomma, quelli ricchi di relazioni.

Nelle statistiche, che mi garbano tanto a me le statistiche, queste relazioni non finiscono. Nessuno le conteggia, ma contano tanto. Vedo un mondo povero, pieno di ricchezze che dormono. Ma vedo pure tanti ricchi di tutto quello che serve per vivere bene, da benestanti. Ma questi ricchi un lavoro non ce l'hanno e si impoveriscono dentro. E non se lo meritano perché sono ricchi, ricchi davvero. Vedo l'unica speranza nello sperare qualcosa senza aspettare che cada dal cielo. Vorrei staccare il volume ai gufi che parlano con la pancia piena e a tutti quelli che non meritano il posto in cui lavorano o il posto in cui vivono.

Trovo tanti bei giubbotti con nessuno dentro e tanta gente a torso nudo che mi insegna a vivere. Per questo amo la solidarietà, amo la folla, amo il sudore, la musica cantata o suonata insieme, il tempo perso, l'impegno e i sorrisi. Amo chi dà valore a ciò che condivide e non accumula altro che belle emozioni. Amo chi vive l'impegno sociale senza secondi fini. Amo chi vale e non chi i valori li tiene solo in tasca o in bocca per parlare a vanvera.

E amo chi non usa più la parola terzo settore, perché non c'è settore che contenga la ricchezza di relazioni che vedo ogni giorno continuare a sbocciare dal terrazzo del mio lavoro. Nonostante i corvi, nonostante le crisi. Così, ci tenevo a dirvelo, perché lo diamo troppo spesso per scontato.