Giulio Sensi

l’involontario

Bravo Checco, ma per donare serve anche cuore e relazione

28 Settembre Set 2016 1026 28 settembre 2016
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Geniale, normale, irriverente, innovativo, esilarante. La scelta del profilo di comunicazione che c'è dietro lo spot per la ricerca contro la SMA interpretato, e anche ideato, da Checco Zalone ha convinto tutti.

Per chi naviga quotidianamente sulle onde della comunicazione sociale -sfera di capacità che un giorno avrà la dignità che merita e sarà un vero vettore di cambiamento per il nostro Paese, scongiurando anche i pasticci dei fertility days- questo spot è materiale di studio e riflessione dirompente.

Le ragioni sono molte. Oltre all'effetto risata che Zalone e il suo perfetto co-protagonista Mirco generano in quella quota maggioritaria di italiani che ha visto almeno uno dei suoi film, esistono molti altri effetti positivi: la vita quotidiana di un ragazzo con disabilità grave è percorsa in dettagli così straordinariamente banali per una persona e una famiglia "normale"; l'ironia punge senza falsi pietismi; il desiderio di normalità per Mirco e la sua famiglia sono un sano desiderio di normalità per chiunque, oltre il tema stesso della disabilità e via dicendo. Sopratutto ha acceso i riflettori su una malattia rara quasi sconosciuta, ma che uccide molti bambini.

La vera lezione di abilità l'ha data però Anita Pallara, la ragazza pugliese che ha ispirato lo spot. In questa intervista spiega: "In Italia c'è ancora una cultura vecchia secondo la quale i disabili sono 'poverini' e per loro vanno fatte sempre cose straordinarie. È una cavolata. Basterebbe mettere tutti nelle condizioni di fare tutto quello che fanno gli altri per creare uguaglianza vera".

Tutto perfetto allora, si va oltre qualsiasi stereotipo, si rinnova la narrazione, si fa un passo in avanti in civiltà.

Ma c'è un però: il dono crea una relazione che l'ironico "caldo" cinismo di Zalone, che vela ma non cancella l'emozione, mette in secondo piano. Sorge un sospetto banale, quasi sacrilego guardando questo bellissimo spot, ma l'involontario lo vuole esternare: che il boom di visualizzazioni -vediamo poi in quante donazioni si trasformeranno- vada a coltivare troppo bene un po' di quella cultura che rende la solidarietà e il dono un atto di simpatico egoismo? Insomma una sorta di "aiutatelo a casa sua" in salsa disabile?

Chiariamo un punto: sarebbe stupido pensare che l'atto che porta Zalone a chiamare la ricerca sia un atto di egoismo, è proprio questa finzione narrativa a rendere così godibile questo spot. Ma la negazione ironica della relazione emotiva con la causa del dono certamente è uno, forse l'unico, elemento di debolezza di questo spot. Non tanto per Checco e Mirco, che si capiscono alla perfezione come alla perfezione si capiscono Luca Medici e Anita Pallara, quanto nei telespettatori che potrebbero massicciamente "depurare" l'atto del dono da qualsiasi compassione con la causa del dono stesso.

"Il dono è una relazione, mentre la donazione è un oggetto. La donazione diventa generativa quando è dentro una prospettiva di dono (relazionale), diversamente è una delle tante azioni strumentali che nel tempo rischiano di bruciare capitale sociale piuttosto che alimentarlo" scriveva qualche mese fa su Nova il direttore di Aiccon Paolo Venturi riflettendo sulle piattaforme social della donazione.

Una sintesi perfetta che, alla vigilia della Giorno del Dono del 4 ottobre, forse è bene rinfrescare. Anche per fare in mondo che l'indiscutibile innovazione che lo spot sulla ricerca contro la SMA sta portando alla comunicazione sociale non si trasformi in un indietreggiamento nella cultura del dono. Ridiamoci su quindi, abbondantemente, e doniamo contro la SMA, sosteniamo la causa in ogni modo. Ma lasciamo a Checco il suo cinismo. In noi potrebbe essere molto poco ironico e anche un po' dannoso.