Wael Farouq

L'isl-Amico

I chicchi di Maometto

3 Novembre Nov 2015 0932 03 novembre 2015
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Le origini del caffè risalgono all’Etiopia e allo Yemen, dai quali giunse in Egitto assieme agli studenti yemeniti di al-Azhar e nella penisola arabica con i pellegrini diretti alla Mecca, per raggiungere poi il Levante e la Turchia. Dalla Turchia ottomana, i mercanti veneziani lo portarono in Italia e dall’Italia in Inghilterra e Francia, arrivando fino al Nuovo Mondo.

Questo movimento geografico ebbe inizio con un passo storicamente interessante, in particolare dal punto di vista della storia religiosa. Il caffè, infatti, partì per il suo viaggio dai granai dei sufi in Yemen e da quelli dei monaci cristiani in Etiopia, per i quali era una bevanda magica rinvigorente che aiutava a prolungare le preghiere notturne. Il caffè, dunque, nacque in primo luogo come bevanda spirituale, in grado di accrescere le capacità del corpo per rispondere alle esigenze dello spirito.

Passati pochi decenni, la bevanda si diffuse alla Mecca, al Cairo, a Damasco e a Istanbul. Parallelamente, si diffuse anche un nuovo fenomeno sociale, vale a dire le caffetterie (o “caffè”), case riservate al consumo di questa bevanda, nelle quali la gente si incontrava per ascoltare canzoni e storie, assistere al teatro popolare, giocare a scacchi, discutere della vita e di politica. Il caffè creò un nuovo spazio pubblico al di fuori del controllo delle autorità tradizionali, in primo luogo l’autorità religiosa. Fu così che ebbe inizio anche la storia della persecuzione del caffè.

Dapprima, gli esperti di diritto islamico (i fuqaha’) sostennero che il caffè ubriacasse (“caffè” è un’antica parola araba che significa “bevanda alcolica”), ma quando fu chiaro che così non era, passarono a dire che tutto quel che aveva un effetto sulla mente, negativo o positivo, era proibito. All’inizio del ‘500, al Cairo, lo sheykh Abdel Haqq al-Sanbaty lanciò una violenta campagna contro i bevitori di caffè. Fu detto che costoro, il giorno della resurrezione, avrebbero avuto il volto nero come il fondo del bricco di caffè. Ciò spinse integralisti e gente comune ad attaccare le caffetterie, cui fecero seguito episodi di violenza che portarono alla caduta del primo martire del caffè.

Lo stesso tipo di campagna si ripeté alla Mecca, dove gli ulema della città, chiamati a raccolta dal governante Khayr Bey, non proibirono il caffè in quanto tale, ma dichiararono che “il riunirsi della gente attorno a questa bevanda era proibito dalla sharia”. Al-Ghuri, sultano dell’Egitto e del Hijaz, decretò invece che era proibito bere caffè, “perché portatore di corruzione morale”. Stessa cosa fece il sultano ottomano Suleyman al-Qanuni, il quale emanò un editto, nel 1546, che vietava il caffè e le caffetterie in tutto l’impero.

La “bevanda dello spirito” non si salvò dalla demonizzazione nemmeno nel mondo cristiano. Nel ‘700 si tenne un dibattito pubblico attorno alla “nuova bevanda orientale” che rendeva gli inglesi malleabili agli incantesimi dei turchi – cioè all’islam – per allontanarli dal cristianesimo. C’era infatti la convinzione diffusa che il caffè fosse parte di una congiura turca per distruggere il cristianesimo, cosa che spinse l’arcivescovo di Canterbury William Laud a inviare alla Camera dei comuni britannica una nota, nella quale chiedeva una legge che proibisse i “chicchi di Maometto” e, nel 1637, fu davvero emanato un editto del genere.

In Francia, invece, il consumo di caffè fu proibito alle donne, nella convinzione, forse, che potesse intossicarle e causare l’aborto. Quando fu chiaro che così non era, il consumo di caffè da parte delle donne fu considerato una vergogna e un comportamento disdicevole.

Oggi, il caffè è ritenuto il secondo prodotto di consumo al mondo dopo il petrolio. La sua drammatica storia è caduta nell’oblio, ma la lezione che essa ci insegna è ancora valida per le nostre società; perché quando il potere non trova altro che l’istituzione religiosa per imporre la propria autorità, e l’istituzione religiosa non trova altro mezzo che ricorrere al potere per imporre i propri valori, allora la religione proclama apertamente la propria povertà spirituale, la propria bancarotta estetica. Proclama la propria impotenza nel suscitare sorpresa e curiosità, la propria incapacità di porre domande. Anzi, teme le domande, poiché ha cessato di cercare Dio nel mondo, di sforzarsi di incontrarlo in ogni cuore umano pulsante, di rendergli testimonianza, dedicandosi invece a fabbricare demoni.